Bruce Springsteen High Hopes

bruce-springsteen-high-hopes-recensione 4/5
La qualità di High Hopes non si discute, speriamo che Bruce Springsteen non perda mai la voglia di rimettere mano ai propri archivi...

Dopo anni di elogi e amori bipartisan, negli ultimi tempi il nuovo hobby di molti giornalisti radical chic o presunti tali è quello di andare contro Bruce Springsteen e le sue uscite. Se, alla fine degli anni novanta, l’idea di un nuovo cd del Boss stuzzicava come poco altro gli addetti al settore di mezzo mondo e in particolare quelli italiani, oggi su social network e blog in molti fanno a gara a chi dice prima di essersi stancato di lui. Salvo poi chiedere sette accrediti al concerto successivo.

Fatta questa premessa, le polemiche legate ad High Hopes sono svanite poco dopo la diffusione dei primi ascolti in rete. Dopo un tour de force come quello seguito a Wrecking Ball, l’E Street Band e il suo leader avevano bisogno di staccare la spina per qualche tempo e quale cosa migliore poteva esserci per farlo, se non rimettere mano ad un po’ di tracce perse nel cammino degli ultimi dieci anni?

A Bruce è sempre piaciuto lasciare brani lungo la propria strada, un po’ per pignoleria, ma probabilmente anche per poterci lavorare meglio negli anni successivi: un po’ come fatto per Tracks, ma in maniera chiaramente ridotta, la band è così tornata su alcune tracce sparse, outtakes o brani suonati in precedenza solo dal vivo per dare loro una nuova veste.  I risultati, spesso, vanno oltre ogni più rosea aspettativa: è il caso di Harry’s Place, oscuro brano risalente alle session di The Rising, in cui la voce filtrata di Springsteen si sposa a meraviglia con un testo ambiguo e intrigante e con la chitarra di Tom Morello.

Proprio il suono dell’ex Rage Against the Machine è forse la più grande sorpresa del disco, nonostante i timori iniziali: il suo chitarrismo, così lontano in apparenza da quello del gruppo, risulta il vero filo conduttore di un album composto da brani scritti in epoche diverse e da diversi autori e rende omogeneo un album che rischiava di apparire come un mix di brani riuniti solo per far cassa. Il lavoro svolto su The Ghost Of Tom Joad, in questo senso, è esemplificativo e fa capire molto bene come, soprattutto un tempo, i brani di Springsteen nascessero spesso con arrangiamenti acustici per poi indossare vesti differenti. Una nota finale va a Dream Baby Dream, straziante brano dei Suicide che il nostro utilizzava per chiudere gli show solitari di Devils & Dust: pura meraviglia.

Speriamo che Bruce non perda mai la voglia di rimettere mano ai propri archivi…

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