Coves – Soft Friday

coves-soft-friday-recensione 3.5/5
Debutto per gli inglesi Coves con “Soft Friday”, garage-rock preso in ostaggio dal pop.

Veniamo a conoscenza dei Coves e del loro debutto, “Soft Friday”, perché deputati ad aprire le tappe del tour mondiale di St. Vincent. Viste le spropositate attenzioni della stampa sull’artista americana (il cosiddetto hype) non ci aspettavamo granché dai britannici. Non bastasse, salta agli occhi l’immagine dell’ennesima coppia garage rock: John Ridgard, il chitarrista, e la cantante Beck Wood. Come in un déja vu che si rispetti, il finale è però imprevisto.

Partiamo dall’inizio: un EP, “Cast a shadow”, il cui brano omonimo è contenuto nel nuovo disco. Accoglienza positiva di critica e pubblico. Supporto a band quali Echo & the Bunnyman e Band of Skulls. E ora l’esordio, che si dimena con audacia fra gli scogli incolori del déja écouté, presentando anche qualche brano di discreta fattura.
Tentiamo un approccio chirurgico per determinare i ceppi del disco. La parte epiteliale rivela l’appartenenza al gremito gruppo del garage americano 60’s. Un esempio? La voce di Beck, di cui si rivendicano analogie con la Nico-femme-fatale, forse per non citare, ancora una volta, Grace Slick o il tono androgino di Alex Maas (Black Angels), con cui sembra più imparentata. Non sono da meno le chitarre di Ridgard.
Le calde tonalità californiane, che si fanno addirittura psichedeliche in copertina, sono moderne: zone esplorate dai Black Rebel Motorcycle Club (“Last Desire” e “Let the Sun Go”), o dalla stessa St. Vincent qualche chilometro più a sud, in Texas (“Honeybee”). Portavoce della modernità sono i synth, che ammorbidiscono le crude sonorità rock avvolgendo il mix.
È evidente, ad un’incisione più profonda del bisturi, la presenza di tessuti interni avviluppati dal pop rock inglese: la stessa “Cast a Shadow”, ad esempio, mostra quanto i Kasabian siano diventati influenti per le nuove generazioni di artisti indie inglesi. “Beatings”, allo stesso modo, serba tracce dei Sigur Ros di Kveikur, le cui spore sono giunte ormai ovunque.

A rendere un disco di valore sono poi i bei pezzi, e qui ce ne sono diversi: “Beatings” e “Wake Up” su tutti. Peccato per i testi, che riconsegnano il prodotto giù in pasto alla folla. D’altronde il disco dura il tempo di una breve relazione, evento da cui scaturisce la narrazione: sì che un po’ tutti potranno sentirsi protagonisti.
Un po’ d’amaro in bocca, ma poco male: abbiamo capito dove sono i margini di miglioramento di una band che non tarderà ad essere recepita anche qui in Italia, una volta che sarà già famosa in tutto il mondo.


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