Daniele Silvestri – S.C.O.T.C.H.

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Sono poche le personalità che riescono a concentrare nel loro linguaggio una comunicazione che sia trasversale, un messaggio che partendo da una piattaforma ben identificata siano poi in grado di raccontare e descrivere realtà circostanti spostandosi orizzontalmente per il tramite di altri mezzi. Daniele Silvestri parte dalla musica, con 15 brani inediti, e decolla verso

Sono poche le personalità che riescono a concentrare nel loro linguaggio una comunicazione che sia trasversale, un messaggio che partendo da una piattaforma ben identificata siano poi in grado di raccontare e descrivere realtà circostanti spostandosi orizzontalmente per il tramite di altri mezzi.

Daniele Silvestri parte dalla musica, con 15 brani inediti, e decolla verso un percorso analitico e critico che parifica e spiana lo “stivaletto” per sottoporlo alla sottile lama della propria ironia. È un viaggio in assenza di particolari, non ci sono dettagli di colore o di sapore, già contenuti nella forma musicale, impreziosita dalle numerose collaborazioni presenti nell’album, la descrizione è nuda e cruda, cosi è se vi pare. L’attesa è stata lunga, ben 3 anni dall’ultima volta che abbiamo potuto godere della vena artistica del romano, eppure, come è concesso dire a chi della giustizia ne ha fatto una missione, “ne valeva la pena”. Erano anni, forse decenni che la scuola italiana dei cantautori non riusciva a proporre un cosiddetto Analitico, essì che noi ne eravamo i massimi esponenti insieme alla scuola francese. Ci siamo sputtanati pure questo. Eppure l’inaridimento del pensiero contemporaneo, o più semplicemente la poca voglia di riflessione nel decennio del reality, hanno deprivato il territorio nostrano di quella verve polemica che era stata la punta di diamante del pensiero italico per lo meno fino all’avvento del Cavaliere. Piccola nota di colore, sarà pur una coincidenza, ma il primo disco, omonimo, del Nostro è datato 1994.

Reportage giornalistico di un’Italia “precaria”, dove è scemato l’interesse a restare e “dove non è più divertente tirare accampare soprattutto non è più originale”, dove chi può se ne va, chi no chiude gli occhi e sogna. Numerosi sono gli affondi che il cantautore porta nei confronti di tutto quanto sia decisamente poco adatto in questa Repubblica dove persino chi dovrebbe avere il potere e l’autorità istituzionale per contenere e arginare il malessere non è assolutamente in grado di farlo, e si piega, invece, alle pretese altrui con “ in mano un’arma scarica la penna che ratifica”.

La capacità compositiva di Daniele è ciò che amalgama e stempera i colori saturi di una fotografia dalle tinte acre, e in questo aiutano le collaborazioni delle quali lo stesso si è avvalso per meglio stendere la pasta della propria composizione. Gustosissimo appare il remake di un classico di Gino Paoli, “La Gatta” che nella più genuina vena ironica di Silvestri diventa “La Chatta”, divertissment acustico dove, a parte il testo, rimangono invariate le rime, le assonanze e la melodia, con tanto di cameo Paoliano. Le parole di Gaber e la sua musica rivivono nella rivisitazione di “Io non mi sento italiano” che solo in contrappunto di ritornello concede un alito di speranza a chi italiano non ci è diventato per capriccio, ma “per fortuna o purtroppo” lo è. I toni sono intimi, e pacati, come in “Fifty-Fifty” dove il sax baritono di Torquato Sdrucia dialoga scherzosamente sul limite del controcanto con la voce di Silvestri, una composta e sorridente imprecazione che nella più concreta espressione dell’arte dissimulatoria non le manda a dire, invettiva che si veste da filastrocca con ritornello ruffiano.

Chiusa al disco, accompagnata dalle raffinate mani di Stefano Bollani, una triste ninna nanna sulla grandezza di questo paese, una buona notte all’Italia perduta, che non si riconosce più in alcun luogo, né Roma né Milano, di chi se la beve, ma nemmeno Napoli o Taranto, Signore del mare. Tenera ironia nella descrizione di gesti di ordinaria pochezza.

Francesco Casati

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