Elbow – Build A Rocket Boys!

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Ci sono band che dicono tutto, o quasi, nei primi due – tre dischi, dopodiché il loro è un’arrancare alla ricerca della freschezza perduta. A volte riescono comunque a restare a galla, spesso vengono irrimediabilmente inghiottite nell’anonimato. Ce ne sono altre, invece, che maturano con gli anni, tanto che dopo inizi piuttosto in sordina riescono

Ci sono band che dicono tutto, o quasi, nei primi due – tre dischi, dopodiché il loro è un’arrancare alla ricerca della freschezza perduta. A volte riescono comunque a restare a galla, spesso vengono irrimediabilmente inghiottite nell’anonimato. Ce ne sono altre, invece, che maturano con gli anni, tanto che dopo inizi piuttosto in sordina riescono a crearsi uno stile personale e ad imporsi man mano che il numero di album sfornati aumenta.

Gli Elbow appartengono a questa seconda schiera. In principio apparvero sotto le (false) spoglie di un discreto gruppo di brit – pop dalla vena malinconica, fra Coldplay e qualche tentazione di prog rock corretto indie. Bravi, ma sin troppo anonimi. Tuttavia, anno dopo anno la loro abilità nel maneggiare materiale eterogeneo è aumentata, portandoli a realizzare con “The Seldom Seen Kid” (2008) un bell’esempio di spleen britannico fra alt – rock e dream pop. E oggi, con “Built A Rocket Boys!”, le intuizioni contenute in quel disco sono state sviluppate ancor meglio, grazie a un’ottima interazione fra i temi lirici, intrisi di nostalgia per il passato e di ‘stupore’ per il suo riflettersi nel presente, e la base musicale, immersa in atmosfere chiaroscurali e colme di pieghe nascoste.

La chiave per comprendere l’opera è il suo minimalismo di fondo. Spesso i brani sono costruiti tramite lenti e costanti crescendo in cui il paesaggio sonoro muta poco a poco, attraverso arrangiamenti sempre dinamici, a dispetto dell’immobilità apparente. Un minimalismo in chiave pop, se vogliamo, memore della lezione di Brian Eno e di come molti act inglesi l’hanno sviluppata negli ultimi due decenni, Radiohead su tutti. L’apripista “The Birds” illustra per bene tutto ciò: un flusso costante in continua crescita in cui l’incastro fra componente elettronica (tastiere) ed acustica (archi) funziona a meraviglia. Anche la sofferta ballad successiva, “Lippy Kids”, nella quale Guy Garvey prende le difese dei ragazzi delle periferie, troppo spesso accusati dai media inglesi di essere dei criminali per il semplice fatto di incontrarsi agli angoli delle strade, prende le mosse da ipnotici accordi di piano ribattuti e lasciati fluttuare nella melodia soffusa del brano. E i trilli di tastiera nella spoglia “Jesus Is A Rochdale Girl” rincarano questo concetto. Accanto a tutto questo, però, è ugualmente importante l’afflato corale che si respira in molti episodi dell’album, dall’allegra “With Love” alla solenne “Open Arms”, e che richiama un modo di procedere vicino ad Arcade Fire e Sufjan Stevens. Se poi il tono complessivo della conclusiva “Dear Friends”, nonché il modo di cantare di Garvey, vi ricorderà Morrissey, beh non sarete sicuramente in errore. D’altronde gli Elbow sono di Manchester come gli Smiths, e a loro si ricollegano non solo per un certo stile nell’esser ‘romantici’, ma anche per la loro voglia di fare pop, nonostante le apparenze. E “Build A Rocket Boys!” prosegue brillantemente nell’intento di creare pop rock interessante e non scontato.

Stefano Masnaghetti

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