Evacalls Seasons

evacalls-seasons-2014 3.5/5
Seasons degli Evacalls conta otto brani di ottima fattura, pop di qualità. Sono molte le insidie celate dietro un genere a volte snobbato, amato oppure odiato da altri, perciò per evitare strade già calcate è necessario sperimentare...

Gli italianissimi Evacalls, originari di Vercelli, danno alle stampe il loro primo lavoro: “Seasons”. A scortarli in questo esordio non c’è un’etichetta – il disco è infatti autoprodotto – ma la band può contare sulla supervisione artistica di Alessio Camagni (Ministri, Iori’s eyes) e la produzione di Federico Calvara. La scelta, va detto, è efficace, poiché il disco suona bene; e se non è mai facile muoversi nel mercato musicale senza il supporto di un’etichetta, creare un prodotto all’altezza degli standard è il primo imprescindibile passo per ottenere credibilità. E fin qui ci siamo.

Seasons conta otto brani di ottima fattura; pop di qualità. Sono molte le insidie celate dietro un genere a volte snobbato, tanto amato da molti quanto odiato da altri, perciò per evitare strade già calcate è necessario sperimentare. La stratificazione elettronica presente in tutti i brani del disco acquista così una forza sorprendente e avvolgente, in grado di dare un tocco di freschezza a linee melodiche di per sé ben studiate e coinvolgenti. Se quest’ultimo è l’aspetto che suona più pop, nel primo elemento risiede la vera forza della band e del disco stesso, poiché è qui che vediamo il colore molto personale, se non del tutto originale, del lavoro: campioni e rumori mai acidi ma sporchi abbastanza da sfiorare il noise, riescono a creare una bella commistione con le ritmiche tendenti alla ballabilità e le linee vocali spesso intrecciate in cori e sempre potenziate da effetti di ritardo e ambienti suggestivi. Del resto la scrittura e gli arrangiamenti fondono bene le loro istanze ricreando un’atmosfera che accoglie efficacemente i due elementi tematici che giacciono sullo sfondo dell’album: le distanze ed il tempo. Non c’è tristezza, semmai malinconia. Ci troviamo davanti quel solito obiettivo che non tutti, ahimè, riescono a raggiungere con successo: quel misto di malinconia e dolcezza che riesce a far sospirare e sorridere ad un tempo. Brani come “The second winter of the year”, “Give me a Reason”, “No silence”, “Away from her(e)” e soprattutto il brano finale, “The man who lives on the moon”, riescono proprio laddove molti altri falliscono. Alcuni potrebbero notare vaghe reminiscenze dei Cure tra ’80 e ’90, o sonorità più cristalline, come quelle degli U2. Ad altri, forse non molti, verranno in mente analogie con una band dal percorso simile: i Curtain Call. Siamo sempre lì: le melodie possono essere interessanti, a differenza delle ambientazioni in cui ci si muove, non sempre degne di accoglierle. In questo esordio possiamo constatare un connubio riuscito.

Direi allora che potendo individuare in “Seasons” le idee, riconoscere una certa solidità nella struttura e apprezzare la rifinitura della produzione, possiamo anche promuovere con un’ampia sufficienza questa giovane band meritevole di attenzione, in vista di un imminente salto di qualità che probabilmente è già dietro l’angolo.


Condividi.