[Folk Pop] Magnetic Fields – Realism (2010)

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http://houseoftomorrow.com/http://www.nonesuch.com/ Per Stephin Merrit e i suoi Magnetic Fields la musica è sempre stata un esercizio di stile. Con questo non si vuole affermare che il genietto della melodia introversa sia un freddo calcolatore del pentagramma. Tutt’altro. Semplicemente per esprimersi al meglio il musicista ha sempre avuto bisogno di rispettare misure e vincoli molto rigidi.


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Per Stephin Merrit e i suoi Magnetic Fields la musica è sempre stata un esercizio di stile. Con questo non si vuole affermare che il genietto della melodia introversa sia un freddo calcolatore del pentagramma. Tutt’altro. Semplicemente per esprimersi al meglio il musicista ha sempre avuto bisogno di rispettare misure e vincoli molto rigidi. Così è stato, ad esempio, per il monumentale “69 Love Songs”, album triplo che seguiva scrupolosamente le indicazioni contenute nel titolo. Eppure, benché sembrasse un’idea totalmente folle, oggi quel disco è considerato fra i più riusciti e rappresentativi nella carriera della band.

Laddove “Distortion” rappresentava uno sbandamento nei territori del noise – pop di marca Jesus And Mary Chain, questo “Realism” abbandona quasi del tutto distorsioni e feedback – solo qualche pennata di chitarra elettrica in “The Dada Polka” – per dedicarsi interamente al suono acustico, al folk e ad un’aggraziata bozzettistica indie lo – fi. Un cambiamento di prospettiva che, in ultima analisi, serve ad illuminare il lato rimasto in ombra del predecessore, tanto che entrambi i dischi sarebbero potuti uscire accoppiati: e le due copertine, l’una maschile l’altra femminile, fungono da ulteriore indizio di questa strettissima parentela.

“Realism”, comunque, è persino superiore rispetto al suo fratello gemello. Si tratta di un ritorno più che convincente ai climi di “Distant Plastic Trees” e “The Wayward Bus”, i primi due album dei Magnetic Fields. Da questi recupera il gusto per le melodie irreali (per una volta il titolo è quanto mai bugiardo) e l’impasto neoclassico dei timbri strumentali, oggi ancor più lieve, essenziale (niente sintetizzatore né batteria) e curato in ogni minimo dettaglio. Con l’ausilio di archi, banjo, qualche spruzzata di fiati (tuba e flugelhorn) e alcune scelte inusuali (sitar e tabla) Merrit e compagni cuciono insieme tredici ballate che hanno nella perfezione formale il loro più grande punto di forza. Chiamatelo indie – folk o chamber – pop o ancora lo – fi pop, se volete; è comunque un tipo di musica che loro per primi sono stati in grado di sviluppare, e quest’opera lo dimostra ampiamente.

Tutti i brani si mantengono a livelli molto alti, ma alcuni spiccano sugli altri poiché indicano con precisione la vera natura del complesso, ovvero quello di essere un ensemble da camera che il folk lo suona con lo spirito di un quartetto di musica classica. In questo senso, appuntamenti da non perdere assolutamente sono il carillon vittoriano di “The Dolls’ Tea Party”, la marcetta ironica di “Everything Is One Big Christmas Tree”, con tanto di strofa in tedesco, la miniatura rinascimentale di “Seduced And Abandoned” e quella medievale/barocca di “Painted Flowers”, che inizia con un accordo rubato a qualche trovatore provenzale e prosegue quasi fosse un pezzo per clavicembalo. Ottima anche la parodia country di “We Are Having A Hootenanny” e l’atmosfera misteriosa di “Walk A Lonely Road”, episodi nei quali la maestria vocale di Merrit e delle sue collaboratrici di lungo corso, Claudia Gonson e Shirley Simms, raggiunge livelli davvero notevoli.

Fuori dal tempo e rintracciabile in qualche remoto angolo dello spazio, “Realism” è una dimostrazione di maturità e classe sopraffina da parte di una delle band più paradossali degli ultimi vent’anni.

Stefano Masnaghetti

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