Franco Battiato – Joe Patti’s Experimental Group

franco-battiato-joe-pattis-experimental-group-recensione 3.5/5
Franco Battiato si è messo a lavoro con il sound engineer Pino “Pinaxa” Pischetola, ed è nato Joe Patti’s Experimental Band, ultimo album del cantautore catanese.

Si è fatto un gran parlare del “ritorno alle origini” di Franco Battiato per il suo ultimo lavoro Joe Patti’s Experimental Group, ideato con l’ingegnere del suono Pino “Pinaxa” e l’aiuto del pianista Carlo Guaitoli. Una infallibile campagna pubblicitaria, non c’è che dire.

Meglio affermare che Battiato è ripartito dalle origini, per setacciare la sua carriera e la sua vita da artista. Ha ripercorso la sua storia, ponendo segni e raccogliendo tracce da affidare a Pino Pinaxa. Forte dell’esperienza in campo di sintesi e timbrica sonore, quest’ultimo offre un decisivo contributo all’opera.
Le radici sono il punto di partenza in “Leoncavallo”, prima suite. Dal noto centro sociale milanese è partita l’avventura, nei primi ‘70. L’idea del disco è nel rock progressivo di quegli anni, di cui Battiato si rivelerà interprete audace e di spessore.
Il materiale del passato è quello degli album sperimentali, ma non solo: da “New Frontiers” si è preso quel che si poteva. “Come un branco di lupi” è quanto rimane della contingenza di “Inneres Auge”. “Sai dire Addio?”, ghost track di Fleurs, risuona ora dell’eco di Gommalacca, disco che Pinaxa ha missato. E ne vien fuori la ben più potente “Le voci si fanno presenze”.
Pertinente è anche il paragone con Brian Eno: simile è la volontà di sperimentare attraverso la collaborazione, senza contare che l’“Omaggio a Giordano Bruno” è funereo quanto le atmosfere della Berlino di “Low”. Il passato è lì, certo. Ma lo sguardo è rivolto al compagno di viaggio, e la mente protesa al futuro.

Il mistero dell’avvenire è un climax, e il lavoro di ricerca sembra partecipare al fascino dell’evoluzione, alla tensione che la anima nel suo divenire. Le sonorità messe in campo si avvicinano man mano al contemporaneo: “Nel cosmo” e “CERN”, al cuore del disco, ospitano le divagazioni ambient con discreto successo. Il finale, con “Isola Elefante” (da “E. Shakleton” di Gommalacca), e “Proprietà proibita” (da “Clic”) si pone agli antipodi degli inizi, e come accade tra opposte istanze, si fondono nei moventi. Nella volontà di allineare tensione artistica e tensione morale, scalare altezze inesplorate. Modus vivendi per Franco Battiato.

Chi intende soppesare l’album per stimarne il valore in relazione ad altri artisti appartenenti al genere, resterà fors’anche deluso. D’altro canto, il lavoro è segnato da un tratto stilistico inconfondibile, e tanto basta. Sicché il venerando pubblico del maestro pensiamo apprezzerà, perché non si sentiva un Battiato così da un bel po’!


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