Goo Goo Dolls Magnetic

2.5/5
Le premesse sono sempre le stesse. Dal 1998 a oggi, per ogni album dei Goo Goo Dolls pubblicato dopo “Dizzy Up The Girl” si materializza il fantasma di quel picco col quale è impossibile confrontarsi. Si finisce con l’essere ripetitivi, ma quando una band raggiunge un successo cosmico con un brano come “Iris”, è impossibile

Le premesse sono sempre le stesse. Dal 1998 a oggi, per ogni album dei Goo Goo Dolls pubblicato dopo “Dizzy Up The Girl” si materializza il fantasma di quel picco col quale è impossibile confrontarsi. Si finisce con l’essere ripetitivi, ma quando una band raggiunge un successo cosmico con un brano come “Iris”, è impossibile non tirare fuori l’argomento ad ogni occasione. Un macigno più pesante della “Creep” dei Radiohead dei primi anni. Al punto che è diventato noioso parlarne in una recensione.

Il successo negli ultimi 15 anni non è mancato, anzi, a dire il vero negli Stati Uniti la band di John Rzeznik ha continuato a mietere successi, a riempire le migliori location e soprattutto a vendere e accrescere il proprio seguito. Eppure in Europa i Goo Goo Dolls non sono molto più di una meteora. Quelli della colonna sonora di “City of Angels”, o quelli di “Slide”. Quando dice male si pensa a quelli della colonna sonora de “Il pianeta del tesoro”. “Magnetic”, decimo album in una ventennale carriera, è senza dubbio ben confezionato e conferma una cura a livello di produzione sempre molto elevata, forse in questo caso anche più del solito. Ma a conti fatti potrebbe sancire la definitiva dissolvenza di quell’ultima scintilla puramente rock. Se si pensa addirittura che il trio nasceva come formazione punk, le considerazioni si appesantiscono ancor di più. L’opener “Rebel Beat” è il singolo estivo da cantare per un paio di mesi ascoltando distrattamente la radio, salvo poi rimuoverlo dalla memoria. “Slow It Down” è uno dei brani più riusciti dell’LP e insieme alla ballata “Come to Me” riesce a illudere che si tratti di qualcosa in più di un insipido insieme di idee da estate adolescenziale. Ma basta arrivare a “More of You”, con i suoi cori e la sua rielaborazione digitale, per storcere il naso e non sentirsi in colpa. Vengono un po’ a mancare le riuscite metriche dei tempi d’oro, di cui solitamente sopravvivevano vaghi echi, così come viene perso il ruolo centrale della chitarra che ricalca strutture acustiche prese in prestito e alleggerite. In tutto questo Robby Takac, bassista del combo americano, torna a proporre la propria voce per alcuni brani, ma finisce col marchiare i capitoli più “già sentiti” di tutto il lavoro.

Rzeznik ha dichiarato di aver coinvolto gli altri due componenti del gruppo nel songwriting, aprendosi ad ogni proposta e lasciando da parte il suo atteggiamento strettamente dittatoriale in fase realizzativa. E il risultato di questa composizione a più mani è un album leggero, davvero tanto leggero, ma privo di qualsiasi carattere. Quel che è certo è che tra un decennio non ci si riferirà a loro definendoli quelli di “Magnetic”.


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