Green Day ¡Dos!

3/5
Continua lo stillicidio delle uscite del nuovo corso targato Green Day con ¡Dos!, all’appello manca solo più “¡Tré!” e potrà dirsi finalmente compiuta un’opera mastodontica che nel bene e nel male segnerà un momento significativo nella vita del gruppo. La paura più grande era quella di trovarsi di fronte ad un “¡Uno!” parte seconda, ma per fortuna i

Continua lo stillicidio delle uscite del nuovo corso targato Green Day con ¡Dos!, all’appello manca solo più “¡Tré!” e potrà dirsi finalmente compiuta un’opera mastodontica che nel bene e nel male segnerà un momento significativo nella vita del gruppo. La paura più grande era quella di trovarsi di fronte ad un “¡Uno!” parte seconda, ma per fortuna i Nostri sono stati sufficientemente accorti da sparigliare un po’ le carte e produrre un disco che finalmente ha una propria identità e non trae solo brutalmente spunto da cose già fatte in passato (e meglio).

Le influenze questa volta affondano le radici nel folk rock anni ’60 strizzando contemporaneamente l’occhio a velleità garage, che donano un’impronta fortemente vintage ai brani. Il tutto si traduce in chitarre squillanti, caratterizzate da leggeri crunch da amplificatore a valvole tirato per il collo e da una batteria semplice, secca e poco risonante. Il risultato è un album che, malgrado la ricerca sonora e stilistica, non riesce a convincere appieno, il tutto suona piuttosto scontato e banale, con pochi episodi davvero interessanti. Sorvolando sulle citazioni sparse per il disco (tipo “Lust for life” di Iggy Pop su “Stray heart”) su tutti vale la pena citare “Lazy bones”, che riesce a far dimenticare l’agghiacciante “Nightlife”, e le sue strofe ubriache, il rap e il retrogusto surf dell’arrangiamento, davvero troppa roba per noi semplici mortali. Restiamo così, stremati, in attesa dell’ultimo capitolo, poi speriamo in un lungo periodo sabbatico che riesca a schiarire le idee ai ¡Tré! e lasci a noi il tempo di smaltire l’overdose da Green Day.

Livio Novara

 

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