Green Day ¡Uno!

3/5
I Green Day di “¡Uno!“non suonano più punk. Per molti forse non l’hanno mai suonato, ma buona parte  della loro vita artistica ha coinciso con il sudore del punk-rock, l’hanno fatto loro, plasmato e l’hanno portato alla ribalta in giro per i palchi di tutto il mondo, ma d’ora in avanti forse non sarà più così.

I Green Day di “¡Uno!“non suonano più punk. Per molti forse non l’hanno mai suonato, ma buona parte  della loro vita artistica ha coinciso con il sudore del punk-rock, l’hanno fatto loro, plasmato e l’hanno portato alla ribalta in giro per i palchi di tutto il mondo, ma d’ora in avanti forse non sarà più così. Non che sia necessariamente un male, d’altra parte volenti o nolenti si cambia, non si può continuare a fingere di essere sempre gli stessi ragazzini che passano le giornate ad ammazzarsi di canne o a venderle già rollate a due dollari l’una ai compagni di scuola.

A voler essere onesti le avvisaglie chiaramente c’erano già state, come non ricordare il discusso “Warning”, uscito appena dodici anni fa, ma ritenuto in qualche modo un caso isolato, seguito da quell’“American idiot” e dal suo successo planetario. Sembrava che i ragazzi non avessero perso il gusto di pestare pesante sull’acceleratore, pur avendo comunque e fisiologicamente modificato il loro sound, spingendosi verso lidi più squisitamente rock, cercando una maggiore profondità nei testi e curando in maniera maniacale il prodotto finito. “21st century breakdown” aveva seguito il corso di “American idiot”, ma con forse un po’ meno fortuna non potendo più contare sull’effetto novità del disco precedente, mantenendo comunque alta la qualità dei brani, malgrado una certa prolissità dell’insieme. E così torniamo al 2012 ed esce ¡Uno!, primo di una ambiziosa trilogia che vedrà la luce in pochi mesi e che probabilmente segnerà nel bene e nel male un nuovo punto importante nella vita del gruppo.

¡Uno! deluderà forse chi spera ancora di sentire i Green Day maltrattare le chitarre e picchiare sulle pelli, siamo ormai di fronte ad un suono sempre più morbido ed edulcorato, che strizza l’occhio qua e là al passato, ma che ormai pare seguire una strada che porta in territori irrimediabilmente pop. Tralasciando il pessimo singolo “Oh love”, che onestamente si fa fatica a capire come abbia trovato spazio nel disco, per non parlare anche del poco brillante secondo singolo “Kill the dj”, il nuovo lavoro prosegue sostanzialmente sulla strada tracciata da “American idiot” con il grosso handicap di una produzione che penalizza brani che altrimenti avrebbero potuto avere ben altro smalto. Questa ha privilegiato giustamente la sezione ritmica, ma senza far sì che venisse supportata dalla giusta irruenza delle chitarre che suonano decisamente fiacche e scialbe e forse avrebbero contribuito a donare quel quid in più a dei brani che altrimenti suonano senza grande grinta. Quello di cui però si sente davvero la mancanza è un brano rappresentativo, manca il pezzo forte che ti si incolla in testa dal primo ascolto, mancano un po’ quei pezzi assassini che ricollegavi immancabilmente ai dischi e che hanno sempre contraddistinto la storia del gruppo, pensate a “Basket case”, a “Hitchin’ a ride”, a “Brain stew” e via dicendo. Per il momento il giudizio è sospeso…staremo a vedere.

Livio Novara


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