James Blunt – Moon Landing

3/5
Dopo un primo disco che aveva fatto il botto, Back To Bedlam, James Blunt aveva deciso di sedersi sugli allori e imboccare la strada più facile: sfornare hit orecchiabili e solari come Stay The Night, singolone estratto dal precedente Some Kind of Trouble, datato 2010. Arriva un punto, tuttavia, in cui un artista fa due

Dopo un primo disco che aveva fatto il botto, Back To Bedlam, James Blunt aveva deciso di sedersi sugli allori e imboccare la strada più facile: sfornare hit orecchiabili e solari come Stay The Night, singolone estratto dal precedente Some Kind of Trouble, datato 2010. Arriva un punto, tuttavia, in cui un artista fa due conti con se stesso e stende un bilancio sul lavoro fatto.

E’ esattamente ciò che è capitato al cantautore inglese, che con Moon Landing ha ristabilito le proprie priorità: lasciar stare le aspettative del pubblico e dar voce ai suoi pensieri. Per questo motivo, il suo quarto album  suona molto più maturo ed autentico. Un viaggio all’interno di sé, un uomo che per sua stessa ammissione non impara dai suoi errori ma, fortunatamente, continua a sognare. Come afferma in Bones, nella quale dice “non mi è mai piaciuta la mia voce e non sono mai stato figo da adolescente”. Qui è palese il leit motiv del full lenght: il raffronto tra James ragazzo e l’uomo che è diventato.

Inevitabilmente, gli anni passati nell’esercito sono rimasti impressi nella sua mente, tanto che in Blue on Blue usa un’espressione del gergo militare (letteralmente significa “fuoco amico”) per parlare di una situazione privata che capita a chiunque nella vita quotidiana: ferire una persona che amiamo. Dal punto di vista musicale, è una delle ballate meglio riuscite all’interno di tutto l’album, con un crescendo coinvolgente nella seconda metà. Il singolo che ha anticipato l’album, Bonfire Heart, è un’altra ballad, stavolta dal sapore country, scritta in collaborazione con Ryan Tedder, voce degli OneRepublic: un pezzo genuino, senza pretese (nel senso positivo del termine) e dalla melodia semplice. Meritano una menzione particolare anche Postcards e Miss America per motivi diametralmente opposti: se Postcards è un inno gioioso all’amore, Miss America è intrisa di malinconia e tristezza. Il motivo è presto detto: Blunt si è ispirato alla drammatica fine di Whitney Houston, morta prematuramente nel febbraio 2012.

A essere onesti, la pecca più grande del disco è la presenza di arrangiamenti che si somigliano un po’ tutti, facendo così fatica a distinguere alcune canzoni dalle altre, quantomeno durante i primi ascolti. E se pensate di trovare in  Moon Landing un singolo catchy e poppettaro, vi sbagliate di grosso. Ciò che potrete trovare, invece, è una raccolta di canzoni che raccontano il percorso di un uomo che ha imparato ad accettarsi. James Blunt avrà perso anche un po’ di orecchiabilità per strada ma ha guadagnato purezza e profondità.

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