Kanye West Yeezus

Kanye West Yeezus 2.5/5
Kanye è sempre più avanti di tutti. Il suo mojo è leggendario. Il suo personaggio è puro oro per il gossip. Registrare a Parigi circondato da un’aura di mistero, deliri di onnipotenza, infagottare la Kardashian…tutti orgasmi multipli per la stampa gossippara. Kanye è così avanti che forse siamo noi a rimanere indietro. Per tutti i

Kanye è sempre più avanti di tutti. Il suo mojo è leggendario. Il suo personaggio è puro oro per il gossip. Registrare a Parigi circondato da un’aura di mistero, deliri di onnipotenza, infagottare la Kardashian…tutti orgasmi multipli per la stampa gossippara. Kanye è così avanti che forse siamo noi a rimanere indietro. Per tutti i post-yuppies e hipster contemporanei, “Yeezus“, sulla carta, è tutto grasso che cola. Rick Rubin ci ha messo le mani, aaaaahhhh. Spirito “punk” del disco, con una manciata di brevi brani in 40 minuti, uuuuuhhhh. Kanye lo compone nel loft di Parigi, girando il Louvre per trovare l’ispirazione, ooooohhhh. Stile minimal, il disco sembra un cd masterizzato, eeeeehhhh.

Sì però poi sta roba la devi anche ascoltare, non leggerla su Billboard, NME e TMZ. Il risultato è assolutamente coraggioso, bisogna dargliene atto: anti-radio, anti hip hop, anti-tutto. E’ come se Kanye urlasse una raccolta dei suoi tweet più deliranti mentre come accompagnamento fa suonare il synth ai Nine Inch Nails bendati. Ma non è tutto oro quello che luccica. Parte promettente con l’opener “On Sight”: synth semplice e abrasivo, campionamenti oscuri a spezzare, Kanye che si autocita nel finale. Va ancora meglio con “Black Skinhead”, il miglior brano del lotto, dove Kanye sbraita come un ossesso e la musica pesca a piene mani da Depeche Mode pieni di crack. Poi le cose iniziano a farsi dure, come le atmosfere horror-apocalittiche di “I Am God”. Suoni sempre più distorti e pesanti, in una lunga considerazione sull’equilibrio tra i valori cristiani e la cultura consumistica…urla allucinanti chiudono il pezzo e, praticamente, anche il disco.

Il resto stenta a decollare: molto monotono, molto quadrato, molto minimal. Qualche concessione ‘ai vecchi tempi’ con melodia e autotune come in “808s Heartbreak” nella doppietta “Blood On The Leaves/Guilt Trip”, così come nella conclusiva “Bound 2”. Troppo poco però, e poco interessante. In definitiva un esperimento poco riuscito. Meglio però un esperimento che va male, piuttosto che il piattume della solita roba riscaldata.

Marco Brambilla


Condividi.