Karen O – Crush Songs

karen-o-crush-songs-recensione 3/5
La forza del primo disco solista di Karen O risiede nella brevità dei pezzi. Senza strafare, si impone come una ricerca sull’io della Karen amante e amata.

Nell’epoca in cui gli hacker rubano le selfies alle star, c’è chi ci regala parte della propria intimità spontaneamente. È il caso di Karen O, voce degli Yeah Yeah Yeahs, che intraprende la strada da solista con l’album di debutto “Crush Songs”, prodotto dalla Cult Records di Julian Casablancas (The Strokes).
Come suggerisce il titolo, si tratta di un lavoro tutto improntato su quella scia di sentimentalismo che ci aveva già regalato in “Moon Song”, colonna sonora del “Lei” di Spike Jonze. In questo caso, però, le atmosfere sono più studiate nell’ambiente lo-fi delle registrazioni fatte in camera propria. Il concept dell’album pare sia nato proprio in questo modo, fra il 2006 e il 2007, con una Karen quasi trentenne rientrata per un attimo in piena crisi sentimentale (o adolescenziale, a questo punto).

È facile percepire ciò di cui stiamo parlando già dai primi ascolti: la composizione è prevedibile, la mano agli strumenti inesperta e ciò che porta avanti il pezzo è quasi sempre quello spleen in cui ci si crogiolava ai tempi del liceo. Nell’antologia acustica della cantante, infatti, quello che fatica ad emergere è qualcosa che distingua le ballate dal resto del panorama a cui già Daniel Johnston e soci ci avevano abituato. Questo non significa che manchino dei piccoli capolavori, a partire dal singolo “Rapt”, in cui il tema dell’abitudine di coppia è sostenuto da una melodia vocale che solo un genio sofferente potrebbe elaborare. Lo seguono a ruota “NYC Baby”, lamento sulle relazioni a distanza e “Day Go By”, colonna sonora perfetta per un possibile film interpretato da Michael Cera.
A strutture melodiche altalenanti si alternano ballate classiche come “King”, dedica al fu-Re-del-Pop Michael Jackson e “Sunset Sun”, in cui quello che predomina non è il rimpianto ma la dolcezza del ricordo. La linearità del lavoro si conclude con i due minuti di “Singalong”, in cui la cantante non smentisce il titolo e si fa accompagnare da un coro di voci più o meno intonate ma per nulla disturbanti. Forse proprio nella brevità dei pezzi sta la forza di un lavoro che, senza strafare, si impone come una ricerca sull’io della Karen amante e amata. Tocca all’ascoltatore scegliere se cedere al voyeurismo ed intrufolarsi in questo piccolo romanzo di formazione; che, per carità, non sarà “Il giovane Holden” ma nemmeno Twilight.


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