Kings Of Leon Mechanical Bull

kings-of-leon-mechanical-bull-recensione 3.5/5
La storia inizia con due album immaturi ma autentici e sorprendenti. Prosegue con altri due, più evoluti e abbastanza universali da convincere gli scettici, ammaliare gli ingenui e moltiplicare le orecchie tese. Cosa manca per un percorso biografico da manuale? Un fragoroso fallimento. Con il precedente Come Around Sundown e il relativo disastroso tour i

La storia inizia con due album immaturi ma autentici e sorprendenti. Prosegue con altri due, più evoluti e abbastanza universali da convincere gli scettici, ammaliare gli ingenui e moltiplicare le orecchie tese. Cosa manca per un percorso biografico da manuale? Un fragoroso fallimento. Con il precedente Come Around Sundown e il relativo disastroso tour i Kings of Leon non si sono fatti mancare neanche quello. Curioso che dopo aver visto crollare sotto il peso dell’alcolismo il problematico padre, predicatore vagabondo, abbiano ceduto a tre cliché in un colpo solo: il declino dell’artista al primo passo falso, la ribellione dopo un’infanzia di proibizioni e il fantasma del “tale padre tale figlio”. Disarcionati da un inanimato toro meccanico, facce a terra, Caleb Followill, suo cugino e i suoi due fratelli, hanno capito di aver sbagliato qualcosa mentre tentavano di incarnare l’ideale di Rockstar di cui l’immaginario collettivo è sempre affamato.

Da questa epifania è nato Mechanical Bull. La band del Tennessee, a dieci anni dal primo album, ha trovato il modo di risalire in sella al toro e rimanerci. Il sesto LP è privo di pretenziose killer hit ma allo stesso tempo sembra la sezione della setlist di un concerto di fine carriera. Nessun brano inutile e un’architettura di tracce tanto solida da far pensare che il titolo abbia più di una giustificazione. Il primo singolo estratto, Supersoaker, mantiene vivo il loro status di stadium band, Rock City dà libero sfogo al glam rock sempre latente e Don’t Matter, forse il pezzo più rock, è perfetto per conciliare le prime influenze di Nashville con quelle più recenti capitanate dai Queens Of The Stone Age. Nel cuore dell’album spiccano Beautiful War e Wait For Me, le coinvolgenti ballate che permettono ancora una volta di riconoscere l’influenza degli U2 (di questi tempi chi riesce a non inserirli in una recensione lo fa per anticonformismo). Tempi e ritmi decisamente diversi invece in Family Tree, dal sorprendente background funky, e Tonight, di cui non passa inosservato quello che probabilmente è il miglior riff in un disco dagli schemi semplici e rassicuranti. Impossibile, infine, ignorare in Comeback Story la tagline “It’s the comeback story of a lifetime”, un po’ provocatoria e un po’ superba, a cui nessuna penna velenosa può resistere.

Mechanical Bull racchiude in sostanza una buona dose di romanticismo, un manifesto delle influenze e una cristallina miscela di Classic Rock che, pur non cancellando le macchie del recente passato, può restituire al nuovo millennio una delle sue band più rappresentative. Questa volta sarà difficile cavalcare l’onda dell’agognato immobilismo e, con un pizzico di fortuna, lo sterile commento “non sono i Kings of Leon che ci avevano promesso” rimarrà solo sulla bocca degli eterni insoddisfatti.

Condividi.