Klaxons – Love Frequency

klaxons-love-frequency-recensione 3.5/5
In Love Frequency i Klaxons perdono un po' di genialità nel loro aspetto caotico, in favore della melodia dirompente alla "Golden Skans". Un disco con luci e ombre, ma che farà cercamente cantare e ballare.

ATTENZIONE: questo disco non contiene chitarre!

Che nella musica non ci si inventi più nulla è una gran bella verità (un po’ come che non si muore per amore) che però non tiene conto di un fenomeno nato in Inghilterra nella seconda metà degli anni zero, i londinesissimi Klaxons. Forse le vostre orecchie ormai consumate dai favolosi ascolti dei Temples o dei Tame Impala vi hanno fatto dimenticare che è ancora possibile creare qualcosa di originale nella musica e la band in questione lo ha fatto con il suo disco di esordio: “Myths Of The Near Future”. Un disco che definire “avanti” è fin troppo poco. Pionieri di un genere che non è mai nato, che loro stessi hanno partorito ed abortito, i Klaxons non possono certo definirsi una band facilmente definibile. Cani come pochi dal vivo (soprattutto agli inizi), hanno avuto la capacità di tirare fuori pezzi come “Golden Skans”, “Gravity’s Rainbow” o “Echoes”, quindi zitti tutti.
Giusto per concludere questo preambolo in cui voglio a tutti i costi convincervi che sono dei fighi della madonna, vorrei ricordarvi che James Righton, tastierista e cantante della band, non esattamente un adone, è il marito di Keira Knightley. Ecco.

Appurato che nonostante un secondo album zoppicante, ma comunque molto piacevole, i Klaxons siano una band che merita l’attenzione dovuta per ogni release, addentriamoci in questo nuovo lavoro, “Love Frequency”.
È un album che andrà ascoltato più volte per capire se alla lunga stufa o invece riesce a farsi apprezzare e scoprire meglio. L’impatto è notevole. Nonostante alcune ombre, c’è una manciata di pezzi che fin dal primo ascolto ti cattura. Sempre che non ti dispiaccia sentire brani un po’ incasinati, un po’ tamarri, senza chitarre. Sempre che non ti dispiaccia pensare “ma chi diavolo sono, i Back Street Boys sotto acido?”.
Ecco, se non siete così schizzinosi pezzi come “There Is No Other Time” e “Show Me A Miracle” vi faranno letteralmente impazzire. In realtà fino alla traccia 7, tutto scorre abbastanza bene. Il disco si fa ascoltare, anzi meglio, si fa cantare, si fa ballare. “Liquid Light”, strumentale non male che però poco toglie e poco aggiunge, segna più che altro un certo calo dell’album.
Non so, a me poi “Love Frequency”, la title track, non dispiace, così come la codona di “Atom to Atom”. In effetti trovo inascoltabile solo “The Dreamers”.

I Klaxons non sono un gruppo facilmente catalogabile come già detto, spingono l’asticella sempre un po’ oltre con tutti i rischi del caso. A volte li schivano alla grande, altre cadono in trappole fin troppo banali. Il risultato è un disco con luci e ombre, ma che può certamente piacere, forse senza entusiasmare. Quello che ho sempre ammirato di questa band è la capacità di creare melodie semplici ma sorprendentemente belle, in mezzo ad un casino di suoni e strutture. Questi elementi rimangono, perde di genialità l’aspetto caotico e non vince troppo l’aspetto melodia dirompente alla “Golden Skans”, per l’appunto. Insomma il riassunto perfetto potrebbe essere questo: per ‘sto disco vi è ancora andata bene, occhio però che dal prossimo la vedo durissima.


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