Lana Del Rey Born To Die

3.5/5
Ciclicamente, dal magico mondo dell’indie spuntano le nuove promesse salvatrici del pop. Le ragazze fanno in fretta a linkarsi su Facebook i loro video, di solito con commenti come ‘guarda che brava questa e neanche deve vestirsi da zoccola’. Solo che per ogni Adele assunta in cielo ci sono cento Lykke Li rimaste nel limbo

Ciclicamente, dal magico mondo dell’indie spuntano le nuove promesse salvatrici del pop. Le ragazze fanno in fretta a linkarsi su Facebook i loro video, di solito con commenti come ‘guarda che brava questa e neanche deve vestirsi da zoccola’. Solo che per ogni Adele assunta in cielo ci sono cento Lykke Li rimaste nel limbo di Youtube. Gesù, per 3 minuti avevano pure cercato di farci passare Katy Perry come indie…Comunque, nuovo missile in partenza da indielandia e diretto verso il Successo è Lana Del Rey, newyorkese classe 1986 e figlia di miliardari. Dopo l’inusuale (per come è stato distribuito) debutto del 2010, questo Born To Die può essere considerato il suo primo vero album. Lei si autodefinisce una “Gangsta Nancy Sinatra”, ma a noi ricorda di più la classica amica dei tempi delle scuole, quella bellezza elegante, principesca e sofisticata che per qualche motivo era attratta da toffoni, sbandati, robbosi e pusher; all’inizio non capisci ma in fondo sai che da grande poi andrà a finire con un industriale brianzolo.

Ogni brano è una seduzione, una relazione complicata, una dichiarazione di amore eterno a un ragazzo diverso. Ah, matta matta ragazzina viziata e piena di grano: è palese che stai in una dimensione tutta tua, salti da Las Vegas a Miami, i vini più costosi, Bugatti Veyron,  gli alberghi da nababbi. Già ti amiamo. Chiaramente l’impostazione della sua voce è old-style e retrò, ma non aspettatevi ballate piano-voce da spaccamaroni. Ok, il sound del disco è principalmente vintage, tra orchestrazioni, pianoforte e sussurri di chitarre surf, ma è reso contemporaneo da un ossatura di beat decisamente…hip hop. No, non è un controsenso: il beat minimale ma efficace della drum machine avvicina il tutto ai lavori più sofisticati di Kanye West e Jay–Z, cioè questa non è una Michael Bublè al femminile, tanto per capirci. Il rovescio della medaglia è che il sottofondo musicale è adeguato ma niente di più. Niente di musicalmente eccezionale, solo un tappeto per la protagonista:  la voce di Lana, punto. E se riuscite a fare a meno di sintetizzatori tamarri e facile venire rapiti dalle ottime linee vocali del disco, fino a finire nelle spire di questa stronza a cui avete già voglia di perdonare tutto.

Marco Brambilla


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