Memphis – Here Comes A City

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Nuova uscita per il duo musicale nato a Vancouver nel 2002, composto dagli amici di lunga data Torquil Campbell e Chris Dumont; precedentemente i due, conosciutisi nei primi anni novanta, avevano collaborato sia nei Luxe (con Chris Seligman, futuro componente degli Stars, James Shaw e Adamo Marvy) sia nel gruppo indie pop canadese Stars. L’ultima

Nuova uscita per il duo musicale nato a Vancouver nel 2002, composto dagli amici di lunga data Torquil Campbell e Chris Dumont; precedentemente i due, conosciutisi nei primi anni novanta, avevano collaborato sia nei Luxe (con Chris Seligman, futuro componente degli Stars, James Shaw e Adamo Marvy) sia nel gruppo indie pop canadese Stars.

L’ultima fatica, uscita per Arts & Crafts, è un buon mix tra liricismi dark ed atmosfere musicali romantiche e prende il nome da una canzone omonima del gruppo indie australiano The Go-Betweens, contenuta nel loro ultimo album “Oceans Apart” del 2005. Registrato nel giro di tre anni, si possono trovare numerose influenze e derive stilistiche all’interno di quella che è quasi un’ora di musica, con tutti i crismi del caso, come, ad esempio, “Reservoir”, una traccia solo strumentale verso la parte conclusiva del disco che sì, può suscitare numerosi apprezzamenti per il contenuto musicale ma rischia di soffrire della sindrome dello skip garantito e ciò non è cosa buona.

Ciò che regge l’intero discorso e le fila dietro a pezzi come “Apocalypse Pop Song”, “I Am The Photographer” e “M+E=me” è l’intersezione tra le vite e le sfere personali di Torq e Chris, che ormai da una ventina d’anni, almeno sul piano professionale/musicale, condividono; interessante anche la dichiarazione di Campbell su ciò che ha ispirato e contribuito alla creazione di ogni singolo pezzo dei Memphis, ovvero le droghe. Sicuramente ciò che è riconoscibile come qualcosa di veramente riuscito all’interno del disco è “Wait!”, traccia che si discosta un po’ dal complesso dell’album, ma che si propone come una ballata amorosa e il suo esatto opposto: il ritmo allegro, il finger-snapping e la voce tenue fanno da cornice al messaggio contenuto nel testo, ‘I don’t love you, anymore’, trovata semplicemente fantastica.

Un ascolto piacevole e ricco di spunti di discussione, soprattutto per quanto riguarda la caratura prettamente musicale del disco stesso. L’emotività non viene però dimenticata, lanciando numerosi rimandi a gruppi come Simon & Garfunkel, i Pet Shop Boys e gli Steely Dan, rintracciabili soprattutto negli stilemi del cantautorato pop. La bravura del duo sta quindi nella capacità di costruire autentici e lussuosi ambienti sonori sulle cui pareti appendere le proprie descrizioni apocalittiche; qualcosa di sicuramente originale e ricercato, qualcosa a cui vale la pena dare un’opportunità.

Federico Croci

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