Pharrell Williams – G I R L

Pharrell_Williams_Girl 3.5/5
G I R L, probabilmente, non sarà l’album più innovativo di sempre ma, grazie all’atmosfera solare che permea quasi in ogni nota, può sicuramente rivelarsi il traghettatore verso una carriera solista consolidata di Pharrell Williams

Nella storia della musica pop, ogni decade è stata segnata da un Re Mida che trasforma in oro ogni nota che canta. Negli anni ’90, il dominatore indiscusso era il compianto Michael Jackson, il vero e unico King Of Pop. L’inizio del nuovo millennio è stato all’insegna del talento produttivo di Timbaland e, sulla stessa linea, negli anni ’10 si è evoluta la carriera da produttore di Pharrell Williams. (Si potrebbe aprire una lunghissima diatriba su quanto appena detto, essendo Timbaland e Pharrell provenienti dalla scena hip hop r’n’b e, quindi, non considerati pop dai puristi. Tuttavia, bisogna ricordare che pop sta per “popular”, ovvero “popolare”, e che questi signori hanno il non facile talento di imbroccare delle hit mondiali e di indovinare sempre. Ma questa è un’altra storia). Ad onor del vero c’è da dire che già nel decennio scorso Williams era già un gran nome nel settore, grazie a molte collaborazioni tra cui Britney Spears, Justin Timberlake e, per l’album “Hard Candy”, nientepopodimeno che Madonna. E anche l’album con i suoi N.E.R.D. Fly Or Die, trascinato dal singolone She Wants To Move, aveva il suo gran perché. E allora, vi chiederete, perché solo adesso si può parlare di consacrazione? Semplice. E’ dall’inizio del 2013 che Skateboard P non ne sbaglia una. Prima “Get Lucky” e “Lose Yourself To Dance” coi Daft Punk, poi “Blurred Lines”, tormentone 2013 che ha riportato Robin Thicke alle luci della ribalta, bisogna ammettere che qualsiasi prodotto passi per le mani del produttore più in voga del momento è destinato a brillare di luce propria.

Forte di questa gran capacità, perché non dar sfogo alle proprie aspirazioni soliste? E’ sicuramente questo l’input che ha generato e dato luce a “G I R L”, secondo album solista della voce dei N*E*R*D*. Il primo, “In My Mind”, non riscosse il successo desiderato, forse a causa delle sonorità troppo ricercate. Con G I R L, invece, è palese che, in fatto di sound, non ci sia nulla di nuovo: al contrario, pare quasi un omaggio al funk r’n’b degli anni ’70 ’80. L’assenza di novità, tuttavia, non è un difetto in quanto Pharell ha saputo ritagliarsi una dimensione musicale nella quale trovarsi totalmente a suo agio, senza particolari stravolgimenti e mantenendo, allo stesso tempo, la capacità di infilare quel quid in grado di trasformare il tutto in un prodotto attuale e commerciale nel senso buono del termine.

“G I R L” è stato presentato, dall’autore stesso, come un manifesto a favore delle donne. L’idea che passa, in realtà, non è esattamente questa. E non ci stiamo riferendo a “Hunter”, brano piuttosto ambiguo che parla dell’ossessione di un uomo per una donna (e che, scommettiamo, darà adito a parecchie polemiche sulla falsariga di quelle già esistenti per “Blurred Lines”), bensì al fil rouge che scaturisce dopo un primo ascolto completo: la felicità. Esempio lampante ne è “Happy”. Già presente nella colonna sonora di Cattivissimo Me e singolo portante dell’album, questo pezzo è un bignami di ciò che deve avere un brano per diventare un tormentone martellante: melodia facile facile, good vibes e un ritornello fresco, di quelli che si insinuano nel cervello dopo la prima volta in cui ti ci imbatti. E il risultato è che, anche se non hai motivi per essere felice dopo una giornata storta, rischi di ritrovarti a canticchiarla senza pensarci. Di brani così immediati non ce ne sono altri, ma ciò non vuol dire che questo sia l’unico pezzo azzeccato di questo full lenght.

L’apertura viene affidata a “Marilyn Monroe”, che vede un’intro orchestrale ad opera del maestro Hans Zimmer, un vero fenomeno soprattutto in fatto di colonne sonore. Dopo 30 secondi, da brano strumentale di stampo sacro si trasforma in un pezzo funk di tutto rispetto e dalle grandi potenzialità radiofoniche. Oltre all’impronta di Zimmer, da segnalare il featuring di Kelly Osbourne.

“G I R L” riserva altre partecipazioni di tutto rispetto: prima fra tutte Justin Timberlake in “Brand New”. I due ingaggiano una sorta di sfida per chi ha il falsetto migliore: Il risultato è scontato: il vincitore indiscusso è sicuramente Timberlake che, non a caso, è attualmente l’unico candidato a seguire le orme di Michael Jackson. Paragone (scomodo) non casuale, avendo il pezzo uno stile che ricorda i tempi migliori dei Jackson 5. C’è da riconoscere che, nonostante la performance vocale di Justin sia più convincente, i due riescono a creare un amalgama perfetto. Altro duetto che non è affatto male è “Come Get It Bae”, con Miley Cyrus. Traccia che strizza vagamente l’occhiolino al reggaeton, sottolinea che l’ex Hannah Montana, al di là dei martelli e del twerking, dispone di una voce adulta dalla pasta interessante.

Molto più prevedibile è “Gust Of Wind”, con i Daft Punk. Presenti solo nel ritornello, non aggiungono nulla di particolare alla canzone che, per molti versi, sembra la degna conclusione di un’ideale trilogia iniziata con “Get Lucky” e sviluppatasi in “Lose YourSelf To Dance”, entrambe hit del disco dei robottini francesi. L’unica collaborazione che non risulta azzeccata è quella con Alicia Keys in “Know Who You Are”. Senza nulla togliere alla Keys, che ha una voce meravigliosa, il brano ha la pecca di “ammazzare” il mood generale del disco. In due parole: una canzone da bocciare non in senso assoluto ma nel contesto in cui si trova.

Dopo diversi ascolti, il verdetto può essere solo questo: G I R L, probabilmente, non sarà l’album più innovativo di sempre ma, grazie all’atmosfera solare che permea quasi in ogni nota, può sicuramente rivelarsi il traghettatore verso una carriera solista consolidata di Pharrell Williams.

Condividi.