[Pop] Morrissey – Years Of Refusal (2009)

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  Something Is Squeezing My Skull – Mama Lay Softly On The Riverbed – Black Cloud – I’m Throwing My Arms Around Paris – All You Need Is Me – When Last I Spoke To Carol – That’s How People Grow Up – One Day Goodbye Will Be Farewell – It’s Not Your Birthday Anymore

 

Something Is Squeezing My Skull – Mama Lay Softly On The Riverbed – Black Cloud – I’m Throwing My Arms Around Paris – All You Need Is Me – When Last I Spoke To Carol – That’s How People Grow Up – One Day Goodbye Will Be Farewell – It’s Not Your Birthday Anymore – You Were Good In Your Time – Sorry Doesn’t Help – It’s OK By Myself

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Si rimane frastornati dopo il primo ascolto di “Years Of Refusal”, nono album in studio nella carriera solista di Moz e terzo dopo il ritorno in pompa magna avvenuto con “You Are The Quarry”. Perché, a differenza di quest’ultimo e del precedente “Ringleader Of The Tormentors”, il nuovo disco è probabilmente il più rock – oriented che l’artista mancuniano abbia mai composto. Dalle parti di “Your Arsenal”, ma ancor più teso e ispirato.

“Something Is Squeezing My Skull” colpisce duro, subito; una ritmica rapida ed incalzante serve da contrappunto emozionale ai consueti temi cari al Morrissey che tutti conosciamo: “Oh, something is squeezing my skull/Something I can barely describe/There is no love in modern life”. In “Mama Lay Softly On The Riverbed”, più lenta ma ancor più corposa, compare anche una chitarra con tanto di effetto fuzztone. Per imbattersi in atmosfere più classicamente intimiste bisogna aspettare il singolo “I’m Throwing My Arms Around Paris”, pezzo che anche liricamente può vantare versi che non avrebbero sfigurato nei primi lavori degli Smiths: “I’m throwing my arms around/Around Paris because only stone and steel accept my love”. L’altro singolo, “All You Need Is Me”, si situa a metà strada fra pulsioni elettriche e sapori agrodolci, mentre “When Last I Spoke To Carol” e “One Day Goodbye Will Be Farewell” spostano l’attenzione sul timbro, quanto mai azzeccato, della tromba di Mark Isham, ed anche grazie ad essa si rivestono di accenti latini. Le canzoni di caratura più pregiata sono però l’accorato pop orchestrale di “You Were Good In Your Time”, che potrebbe essere una “Paint A Vulgar Picture” parte seconda per il tema trattato, e soprattutto la conclusiva “It’s Ok By Myself”, altra scarica rock che funge da manifesto dell’album; se vi chiedete che cosa il Nostro possa intendere con l’espressione “Anni del rifiuto”, provate a dare un’occhiata al testo di quest’ultima: “Now this might surprise you, but/I Find I’m Ok by myself/And I don’t need you/Or your morality to save me”. Potete leggerla come ironico inno misantropico oppure come dichiarazione d’indipendenza artistica, o ancora in mille altre diverse sfumature, ma il nocciolo della questione non cambia: si tratta sempre di un rifiuto verso buonismi vari e banalità assortite.

Non c’è comunque in “Years Of Refusal” un solo episodio non riuscito o mediocre. Questa mancanza di filler costituisce la sua forza, e lo differenzia ulteriormente dai suoi più diretti predecessori, in cui accanto a canzoni perfette convivevano anche momenti trascurabili e marginali: pochissimi, a onor del vero, ma c’erano. Un Morrissey così in forma non lo sentivamo dai tempi di “Wauxhall And I”, anche dal punto di vista prettamente vocale, tanto che nella già citata “It’s Ok By Myself” sono presenti ruggiti che richiamano quelli di “I Started Something I Couldn’t Finish”. Il più dotato autore di canzoni pop degli ultimi trent’anni è definitivamente tornato in tutto il suo splendore.

Stefano Masnaghetti

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