[Pop] Yoko Ono Plastic Ono Band – Between…

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     [Pop] Yoko Ono Plastic Ono Band – Between My Head And The Sky (2009) http://www.yopob.com/ L’onda, la moda delle reunion di band del passato più o meno gloriose, che ci ha regalato tante soddisfazioni e qualche cocente delusione, non si è arrestata e nonostante “pare” manchi un membro piuttosto importante, è tornata anche

  

 

[Pop] Yoko Ono Plastic Ono Band – Between My Head And The Sky (2009)

http://www.yopob.com/

L’onda, la moda delle reunion di band del passato più o meno gloriose, che ci ha regalato tante soddisfazioni e qualche cocente delusione, non si è arrestata e nonostante “pare” manchi un membro piuttosto importante, è tornata anche la “Plastic Ono Band” dell’artista e musicista giapponese naturalizzata americana Yoko Ono.
A 76 anni Yoko, fresca di Leone d’Oro veneziano, ha chiamato a se Sean, il figlio avuto con John Lennon e gli artisti giapponesi Cornelius (musicista e produttore) e Yuka Honda dei Cibo Matto per questa nuova fase musicale.

Il titolo dell’album figlio di questa calcolata iniziativa è “Between my Head and the Sky” un magnifico minestrone ben assortito che conta ben 15 brani. Prima di ascoltare i brani ero prevenuto, o meglio “pronto” a qualsiasi cosa, ripetevo a me stesso che se il disco si fosse risolto anche in una serie interminabile di vagiti, di urla, di clacson o di altri suoni stranissimi non dovevo e potevo meravigliarmi, Yoko ci ha abituati a cose assolutamente eccentriche da sempre.

Con queste premesse sono rimasto meravigliato, se non parzialmente deluso e parzialmente sorpreso, dall’assoluta vena pop del tutto e la totale accessibilità della musica contenuta. Certo ci sono sempre i suoi urletti e “gargarismi” ma usati nel modo in cui si usa “sensatamente” uno strumento musicale e non più come ricerca della cacofonia assoluta, non c’è in definitiva la voglia di provocare (scelta saggia, dal momento che dopo trent’anni chi si scandalizza più!). La Yoko che urlava per un quarto d’ora messaggi storpiati di pace universale da dentro un sacco di juta non esiste più ed in brani come “The Sun is Down!”, il secondo pezzo dell’album, sembra quasi di sentire l’ultima Madonna, la Madonna di “Hard Candy”, il che da un certo punto di vista è assolutamente scandaloso.

A tratti sembra di tornare a qualcosa di meravigliosamente incomprensibile (ascolta “Moving Mountains” per credere) ma poi si rientra sempre nei binari di una musica adatta ad essere diffusa a un volume tranquillizzante in locali costosissimi e molto “modern design” di Tokyo o di New York, in quei posti dove si mangia sushi, spendendo tantissimo, su poltrone bianchissime, tra pareti bianchissime, il tutto con le forme più assurde.

La title-track è a mio parere molto piacevole e la band l’ha eseguita in modo eccellente alla Royal Albert Hall di Londra, molto “d’ambiente” anche “I’m Going Away Smiling” col suo piano accarezzato. Per il resto si tratta di un’alternanza di brani lenti (o dovrei dire “riflessivi”?) a brani più sostenuti (o dovrei dire “consapevoli”?). Insomma se avete un locale ben arredato non potete non diffondere questo disco molto “intellettualoide” ma non aspettatevi assolutamente nulla di provocante nè di seducente. Yoko Ono nel suo essere giapponese e americana è sempre apparsa come un qualcosa di lontano ed incomprensibile per noi europei, ma tra noi europei le persone più colte e aperte (tra le quali lo stesso John Lennon) hanno sempre posto l’orecchio volentieri a questa colta e raffinata artista nipponica, questa volta però c’è poco da rimanere affascinati poichè si tratta di cose che la globalizzazione ha ormai posto quotidianamente sotto i nostri occhi e sotto le nostre orecchie.

Paolo Bianchi

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