[Pop/Rock] Best/Worst Of Mainstream 2005 (Depeche Mode, Madonna, Simple Minds, Audioslave, R.Stones)

 /5
Ho resistito alle minacce di Triple J (che voleva cinque cose diverse, ma alla fine si prende ciò che passa in convento, ndr) e alla fine sono riuscito a mettere in piedi un sunto che più sunto non si può sui titoli più caldi del 2005. E’ vero, c’è tanta roba fuori ma a livello

Ho resistito alle minacce di Triple J (che voleva cinque cose diverse, ma alla fine si prende ciò che passa in convento, ndr) e alla fine sono riuscito a mettere in piedi un sunto che più sunto non si può sui titoli più caldi del 2005. E’ vero, c’è tanta roba fuori ma a livello di ultra conosciuto difficilmente si potrà andare più in profondità di così. Vi dico subito di aspettarvi acidità e cattiverie assortite, non posso risparmiarmi andando a parlarvi di gente che anche registrando turbe intestinali venderebbe paccate di dischi e avrebbe heavy rotations da qualsiasi emittente musicale di un certo spessore. Dei cinque casi (umani) presi in esame ne ho salvati due e ne ho disintegrati tre, onestamente non avrei mai creduto di dover sottrarre dal guano Madonna e Depeche Mode in un girone che comprendeva Stones, Audioslave e Simple Minds (benchè questi ultimi sono wave-poppettoni ottantiani e quindi non c’azzeccano nulla con i due di prima), essendo io un rockettaro convinto nonostante il celibato sia un lontano ricordo e i reumatismi una realtà. Per la cronaca il pezzo viene inserito nella sezione popposa visto che gli pseudo-rocker presenti nella ‘contesa’ hanno pesantemente deluso.

 

Parto quindi con i vincitori di questa mini-faida assolutamente inutile, ma quantomeno curiosa, visto che l’idea di far “scornare” tra loro alcuni dischi accomunati dal loro essere per le masse è comunque interessante. I Depeche Mode sbaragliano la concorrenza con “Playing The Angel”, dischetto che propone synth, melodie e un cantato interpretativo ed emozionale come probabilmente solo il miglior Dave Gahan poteva fare, il tutto contenuto da un’atmosfera che definire cupa è poco, introversa e a tratti claustrofobica, osteggiata da un uso smodato di materiale elettronico che farà la gioia dei nostalgici. A partire dal singolone “Precious”, per giungere alla bellissima opener “A Pain That I’m Used To” o alla graffiante “John The Revelator”, siamo in mezzo al classico colpo di coda di un trio che non ha sicuramente più bisogno di stupire nessuno, visto che ha fatto la storia e potrebbe tranquillamente vivere di rendita. Il cd scorre senza intoppi, trovando picchi in “Nothing’s Impossible” e “Macro”, fino a “Lillian”, forse l’unico filler del disco nonchè brano piattissimo. Un ‘numero’ alla Ronaldinho quindi, un disco da otto in pagella che rinnova senza dimenticare il passato, ricordando ancora una volta chi sono i maestri indiscussi del synth-pop.

Staccata di un bel po’ dai Depeche, comunque ben sopra la linea di demarcazione dello schifio che tra poco varcheremo, troviamo Miss Ciccone, autrice di “Confessions On A Dancefloor”, album che riporta la dance anni ottanta al centro del platter della star. Madonna non la scopriamo oggi, la gestione della propria carriera, a livello musicale s’intende, è assolutamente ammirevole. Può far parlare di sè per tante cose, ma la ex Material Girl, è diventata un’icona dei nostri anni, abile a non sbagliare quando esce sul mercato con materiale inedito e ineccepibile nei set dal vivo. Benchè, come dicevamo, dotato di una solida base dance di vent’anni fa (quando la dance era uno stile e non semplicemente l’unz unz unz che tanto ha spopolato nelle disco negli anni novanta), il sound è attuale e rinnovato, orecchiabile e intensamente studiato per essere conduttore di onde sonore che prendano direttamente le gambe dell’ascoltatore per farlo ballare, oltre che ascoltare. “Hung Up” è un ottimo esempio di quanto appena detto, “Get Together” è il brano più incalzante, mentre “I Love New York” chiude virtualmente una prima parte d’album impeccabile. Da qui in poi la qualità cala, i brani sono abbastanza statici benchè il ritmo non faccia difetto nemmeno nel secondo “lotto”, tuttavia è necessario attendere “Push” per tornare a un livello notevole: Madonna interpreta, sensuale al cubo, questa prechiusura di record, giocando tra synth e moduli arabeggianti, prima di salutare la compagnia con “Like It Or Not”. La sensazione è che questo disco sia meno studiato a tavolino di quanto possano sembrare le registrazioni di un’artista affermata come Madonna. Benchè alcune tracks risultino superflue, è innegabile la presenza di brani di qualità, poco scontati e in parte inaspettati. Meglio di quanto ci s’aspettasse quindi, mica poco viste le ultime deludenti uscite successive a “Ray Of Light”.

Finalmente c’addentriamo nel brutto. Il brutto può anche essere affascinante per alcuni, senza dubbio, tuttavia è necessario mettere da parte i beniamini e parlare schiettamente della qualità della musica. Mi fa male posizionare qui dentro gli Stones, mi diverte metterci i Simple Minds, mi scoccia aver ancora a che fare con gli Audioslave; è un gran fastidio sentire i promo che parlano di disco della rinascita per i primi, ottimo ritorno per i secondi e … credo nulla in realtà per i terzi, una volta ascoltati i prodotti in questione con orecchio smaliziato. Parto dai Simple Minds, alfieri insieme ad altri soci del wave-pop di sua Maestà giusto qualche lustro fa. Il singolo che mi era arrivato di seconda mano all’epoca, la garbata “Home”, non mi era dispiaciuto. Ok, nulla di che, ma comunque dotato di un trademark riconoscibile e buono per le classifiche, cosa che i Simple Minds di Jim Kerr non vedevano da qualche tempo. Il problema è che il resto dei brani, escludendo forse “Underneath The Ice”, vogliono apparentemente essere energici, ma risultano piattissimi e privi di quelle divagazione elettroniche che potevano dare quella marcia in più al platter. La summa della mediocrità di “White & Black”, questo il titolo dell’album, è “Stranger”, con  lo strepitoso coretto finale lallalleggiato, che altro non fa che far rimpiangere ancora di più i tempi andati e lo storico “New Gold Dream”.

Gli Audioslave sono Chris Cornell, voce dei Soundgarden, e tre quarti dei RATM, guidati da Tom Morello. A parte la buona attitudine live (e te credo, col repertorio a cui possono attingere, ndr) il disco di debutto non era in realtà chissà quale gemma. Il bombardamento mediatico fece vendere discretamente, ed ecco che, a fronte di alcune bollette rimaste da saldare, la band si ripresenta con “Out Of Exile”. Il cd in questione potrebbe essere usato in un’ipotetica lezione di marketing musicale: band con un nome di un certo livello (visto il passato dei suoi componenti) e target generico da colpire con pezzi easy e poco impegnativi –> “Out Of Exile”. Andare a saccheggiare i Led Zeppelin può anche andar bene, a patto che lo si faccia in maniera decente. Questo purtroppo succede soltanto nella opener “Your Time Has Come”, da salvare “The Worm” e titletrack, per poi sprofondare nella noia assoluta, nella carenza totale di una qualsiasi scossa emozionale e nel sonno che vi coglierà prima di arrivare a “Dandelion” per dirne una a caso.

  

In ultima piazza i Rolling Stones. Jagger e compagni potrebbero tranquillamente limitarsi ai world tour biennali, a tirar fuori un greatest hits ogni quattro anni e vivere felici e rilassati, godendosi i benefici di chi un certo tipo di Rock (con la erre maiuscola) ha contribuito a crearlo e farlo conoscere in tutto il mondo tanti anni fa. Invece no. Devono per forza farci credere che Keith Richards e Mick Jagger abbiano ripreso a scrivere pezzi insieme e che siano usciti i migliori brani possibili. Sentire gli Stones abbinati alla pubblicità dei cellulari fa già vomitare, sapere che c’è un disco, “A Bigger Bang” che contiene brani ben peggiori di “Streets Of Love”, fa intristire davvero. Le logiche di mercato sono spesso il problema principale con cui, prima o poi, ogni vero music fan deve fare i conti. E’ assurdo però che un gruppo come gli Stones debba/voglia/possa assecondarle dopo anni e anni di carriera. Che bisogno c’era? Che necessità economica potevano avere i Rolling Stones mentre incidevano “Laugh, I Nearly Died”? Non posso essere volgare più di tanto, ma la somiglianza di questo pezzo con un’accurata pressatura di sterco equino è davvero disarmante. C’è poco da scherzare, una leggenda nonchè un’icona della vita musicale di milioni di persone, non dovrebbe prestarsi a certe cose. Riciclarsi va bene, copiare e fare ciò che i fans vogliono si faccia va benissimo, però meglio fare come Angus Young e soci, non ridursi a decidere a tavolino come deve suonare un jingle per la pubblicità dei cellulari. Inutile descrivervi meglio le sedici (16! Almeno fosse grind durerebbe venti minuti…) tracce del disco, dovendo a tutti i costi salvare qualcosa teniamoci l’opener e l’ultima traccia cantata da Keith Richards, “Infamy”, titolo simbolico per un platter davvero desolante, parola di fan. Triste.

P.N.

Condividi.