R.E.M. – Collapse Into Now

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Il ritorno dei R.E.M., in un ottimo disco che rivela le molteplici sfaccettature stilistiche della band

Si pensava che i R.E.M., una volta imboccata la china discendente dei primi anni Zero, non sarebbero stati più in grado di rialzarsi davvero. E c’era pure chi, molto ingenerosamente, teorizzava che la band avesse vissuto di rendita grazie al fenomenale hit costituito da “Losing My Religion” e che, anzi, fosse resistita al vertice persino troppo.

Invece Stipe, Buck e Mills stanno dimostrando di essere realmente dei classici, con i quali la storia del rock deve e dovrà sempre fare i conti. Prima con “Accelerate” (2008), fra i dischi più rock e sanguigni della loro carriera, hanno smosso le acque e dimostrato che la passione non era del tutto sopita. E adesso con “Collapse Into Now” allestiscono un’opera capace di toccare parecchi estremi del loro stile, che suona antica e moderna al tempo stesso.

Vengono in parte abbandonate le sferzate elettriche del predecessore, per un parziale ritorno alle atmosfere che imposero il gruppo nella scena alternativa degli Ottanta, quella delle ‘college band’. Riaffiorano così elementi emblematici della loro musica, come le atmosfere bucoliche tratteggiate in “Überlin”, comprensiva di splendida coda di organo hammond, o i rimandi alle fragranze corali e intime del lavoro più celebre e celebrato, “Out Of Time” (1991), le quali rivivono in brani come “It Happened Today” o “Walk It Back”; alle volte la memoria si riannoda persino al lontanissimo “Murmur” (1983), primo sigillo assoluto della loro arte. Non si pensi, però, che sia solo sterile calligrafismo, poiché, pur rimanendo il loro ‘trademark’ ben definito, i R.E.M. si lanciano in una vera e propria perlustrazione del folk più classico ed ancestrale attraverso la commossa “Oh My Heart”, canzone talmente stilizzata (ma in senso positivo) da poter essere annoverata fra i migliori esempi di ‘americana’.

C’è anche il rock, però. Eccome. Tanto che l’apripista, “Discoverer”, si presenta con il passo epico dell’anthem da arena, e la successiva “All The Best” rincara la dose. Meglio fanno, tuttavia, l’alt rock di “Mine Smell Like Honey” e il power – pop di “Alligator Aviator Autopilot Antimatter”. E infine c’è l’episodio più strambo e coraggioso dell’intero disco, i neppure due minuti di “That Someone Is You”, un lievissimo schizzo di pop – punk quasi nello spirito degli Hüsker Dü di “Warehouse”, band che tuttora in molti (e giustamente) rimpiangono. Per fortuna non dobbiamo rimpiangere i R.E.M., ancora tra noi e ancora in grado di emozionare nonostante trent’anni di carriera.

Stefano Masnaghetti

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