Raphael Gualazzi – Reality And Fantasy

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È ormai chiaro che, ad un mese dalla conclusione del Festival, il vero fenomeno di Sanremo 2011 sia stato Raphael Gualazzi, quasi trentenne di Urbino in grado di annientare la concorrenza fra i Giovani. Si è anche detto che quest’edizione si sia segnalata per una qualità media piuttosto alta, sia fra i Big sia fra

È ormai chiaro che, ad un mese dalla conclusione del Festival, il vero fenomeno di Sanremo 2011 sia stato Raphael Gualazzi, quasi trentenne di Urbino in grado di annientare la concorrenza fra i Giovani. Si è anche detto che quest’edizione si sia segnalata per una qualità media piuttosto alta, sia fra i Big sia fra le nuove leve. In realtà è stata un’edizione come tante altre. È proprio Gualazzi la ‘novità’, l’unico in grado di stimolare riflessioni interessanti sullo stato della musica oggi.

Protetto di Caterina Caselli, molti hanno malignato sui presunti favoritismi che Raphael avrebbe ricevuto grazie all’influenza dell’ex cantante e ora infallibile talent scout. In questo caso, però, si tratta di pregiudizi infondati. Perché il Nostro è bravo, davvero bravo. Talentuoso, davvero talentuoso. Un musicista coi fiocchi, dotato di qualità fuori dal comune, almeno nell’ambito della canzone italiana. Suona il piano meravigliosamente e i pezzi se li scrive tutti lui. “Reality And Fantasy” lo testimonia, essendo una carrellata perfetta di graziosissimi numeri pop/jazz/blues/swing, quasi tutti riusciti (non solo “Follia d’amore”, insomma). Anche Fabrizio Bosso ha prestato la sua tromba in alcuni episodi dell’album, ed è tutto dire.

Il problema è un altro. C’è chi ha accusato l’urbinate di suonare ‘vecchio’ e di creare musica di quarant’anni fa. Ed è vero. Tutto quel che fa Gualazzi è raccogliere le idee di Paolo Conte, Fred Buscaglione, persino Renato Carosone e dar loro una dimensione più internazionale, tramite l’uso dell’inglese e spiccate influenze blues/rhythm and blues, padroneggiate alla perfezione grazie a una grande cultura musicale. Spesso nei suoi brani pare di percepire il punto d’incontro, fatte le debite proporzioni, fra Ray Charles e Duke Ellington (perché stiamo parlando di un jazzista serio, non di un cialtrone). Eppure tutto ciò, seppur di alta qualità, è risaputo, troppo risaputo.

Ma non è colpa sua. È il destino della musica popolare in questo inizio millennio. La quale, dopo lo straordinario sviluppo che la vide protagonista nel secolo scorso a causa delle nuove tecnologie e della crescita abnorme dei mezzi di comunicazione, è oggi in stallo. Incapace di trovare nuovi sbocchi. Un destino per certi versi parallelo a quello che vide il naufragio della musica ‘colta’ (forse sarebbe meglio dire scritta) all’inizio del Novecento; laddove quella si rinnovò sino al radicalismo, alienandosi però la maggior parte del suo pubblico, il pop oggi il pubblico lo conserva, a patto però di ristagnare. E se “Reality And Fantasy” è così obsoleto, che dire di tutti gli altri dischi usciti negli ultimi anni? Si è forse scorta qualche pietra miliare? Insomma, niente paura: è giusto tributare gli onori del caso ad un ottimo artista in grado di comporre un ottimo lavoro. Che suona vecchio come molti altri.

Stefano Masnaghetti

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