[Reggae] Africa Unite – Rootz (2010)

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www.africaunite.comwww.universalmusic.it A chi piacciono i numeri. Quasi trent’anni di carriera. Quindicesimo disco in carriera. Riecco gli Africa Unite. A quattro anni dall’ultimo disco di inediti e dopo una raccolta con il meglio della loro carriera (Biografica Unite), la band si è fermata ed è ripartita, con una formula, che in questi casi, è la migliore.


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A chi piacciono i numeri. Quasi trent’anni di carriera. Quindicesimo disco in carriera.
Riecco gli Africa Unite. A quattro anni dall’ultimo disco di inediti e dopo una raccolta con il meglio della loro carriera (Biografica Unite), la band si è fermata ed è ripartita, con una formula, che in questi casi, è la migliore. Il passato. Il passato che ritorna. Il ripescaggio del passato. Il roots, per il reggae. Le radici. Quei suoni anni ’70 filtrati attraverso il classico suono degli Africa. Quello che è diventato il loro “classico” suono. Diciamo figlio della loro miglior produzione: “Babilonia e poesie” e “Vibra”.
Lasciato l’approccio tecnologico di “Controlli”, ecco l’oggi.

Le caratteristiche di questo nuovo disco vivono su un doppio fronte.
Da una parte i testi pieni di denuncia, impegnati, con uno sguardo sull’oggi, sul mondo sociale, con le problematiche della diversità (l’odio omofobo tipico del reggae jamaicano), il tema della morte, la situazione mediatica, il rapporto con le religioni. I testi ancora una volta non sono generalisti e banali come nella maggior parte dei gruppi reggae-ska del pianeta. Il chiaro esempio è “Mr Time”, in cui la band si mostra sempre critica verso gli stilemi e i dettami dei contenuti culturali del reggae, non semplice ripetitrice di proclami e facili inni.
Poi c’è la musica che riprende il roots old school messo sotto l’aurea della band piemontese, un suono lucente, morbido e rotondo, un marchio di fabbrica che con “Vibra” è venuto a galla al massimo della sua potenzialità. Dal passato ritroviamo il dub, la poetry parlata e ispiratissima di Bunna (che ricordiamo nei primi dischi) e le zampate di Madaski.
E infine punti su punti arrivano, per il suono, dall’aver reintrodotto la sezione fiati (tornano al passato anche rientrando nei ranghi di una major dopo le esperienze di autoproduzione).

A parte registrare un po’ una frenata qualitativa e di attenzione nel mezzo del disco, il nuovo progetto discografico è fluido, caldo e attuale. E può piazzarsi vicino ai due dischi di cui si parlava all’inizio, al topo della loro produzione. Sicuramente tra i migliori dischi del genere qui in Italia negli ultimi anno.
Per raggiungere questa qualità gli Africa si sono avvalsi di vari nomi del panorama che hanno apportato un arricchimento a tutto l’album. Troviamo Alborosie, l’italiano (ex Reggae National Tickets) emigrato in Giamaica, tra i più famosi della scena reggae europea e non solo, i Franziska (con Piero Dread e Roddy Jah Son), Mama Marjas, i giovanissimi nostrani Mellow Mood e infine Patrick ‘Kikke’ Benifei  dei Casino Royale, che supporta e ricama la voce di Bunna.

Luca Freddi

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