[Rock] Kings Of Leon – Come Around Sundown (2010)

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http://radioactive.kingsofleon.com/http://www.sonymusic.it/ Due sono le impressioni venutemi alla mente ascoltando “Come Around Sundown”, quinta fatica in studio dei Kings Of  Leon. La prima è che il quartetto di Nashville non ha pensato minimamente di ricreare, sull’onda del clamoroso successo di “Only By The Night” (più di sei milioni di copie vendute, un incredibile successo che ha

http://radioactive.kingsofleon.com/
http://www.sonymusic.it/

Due sono le impressioni venutemi alla mente ascoltando “Come Around Sundown”, quinta fatica in studio dei Kings Of  Leon. La prima è che il quartetto di Nashville non ha pensato minimamente di ricreare, sull’onda del clamoroso successo di “Only By The Night” (più di sei milioni di copie vendute, un incredibile successo che ha imposto la band quale entità pop – rock di prima grandezza), un disco fotocopia di quest’ultimo; anzi, questa volta il percorso musicale è andato in parte a ritroso, sino a riscoprire le melodie southern rock assaporate agli esordi con “Youth and Young Manhood” e il successivo “Aha Shake Heartbreak”; ne sono prova brani come la stupenda e quasi country “Back Down South”, “Mi Amigo” e “Beach Side”, fino ad arrivare ad un pezzo come “Mary” che pare una rilettura in chiave moderna del rock ‘n’ roll anni cinquanta/sessanta. Fanno da ponte tra il passato e il futuro le song “The Face”, intensa ballata, e il rock più tirato di “No Money”.
La seconda considerazione è che per prepararsi a questo quinto appello i KOL si siano rivolti a certi maestri irlandesi e dalla scuola di Bono & soci abbiano saputo prendere solo il meglio. Il primo singolo estratto “Radioactive”, con tanto di coro gospel finale, ricorda da vicino i territori di “The Joshua Tree” ed è il manifesto di questa silenziosa virata stilistica. Dico silenziosa poiché la band non calca eccessivamente la mano né snatura il proprio sound, che anzi si va delineando sempre più nettamente album dopo album. Non siamo, quindi, di fronte all’urgenza di una “Sex On Fire”, maxi singolone da radio rotation, piuttosto c’inebriamo dell’epicità di “Pyro” e della conclusiva “Pickup Truck”, la quale lascia attenti e partecipi di un’emozione che oggi come oggi poche band sanno regalare.
“Come Around Sundown” non fa che confermare un percorso di crescita musicale, peraltro ancora in fieri, da parte di una delle migliori band che l’America ci abbia regalato da qui a dieci anni. Loro l’hanno fatto, noi abbiamo gradito. È arrivato il momento che ai re venga dato un trono.

Renato Ferreri

 

Belli, bravi, artisticamente validi, una delle band più interessanti uscite nell’ultima decade: inutile dire che il nuovo dei Kings Of Leon sia tra i dischi più attesi dell’anno. Il precedente Only By The Night (2008), tra l’altro, è stata la definitiva consacrazione mainstream; la band si trova quindi tra i fuochi dei fans e degli ascoltatori occasionali. Come rispondono i quattro americani? Con un disco mezzo incasinato, deciso ad essere radio-friendly ma non a vendersi come qualcosa di banale: ci sono intuizioni interessanti ma anche molte ‘mancanze’ che lasciano perplessi.
Il punto di partenza è il sound del disco precedente, questa volta però senza i ganci astronomici di pezzi come “Sex On Fire” ma con un’atmosfera più melensa da radio modern country (basti pensare ai richiami ’”old-style” di “Mary” e “Back Down South”). Le canzoni sono tutte ‘facili’ ma non puntano sull’impatto immediato: pure la voce di Caleb è più controllata, con la sua timbrica tipica che viene fuori solo in poche occasioni (come la conclusiva “Pickup Truck”). Vista la mancanza cronica di riff, poi, il disco è portato avanti dalle linee di basso, intorno a cui la chitarra solista di ricama trame e fill: una struttura messa in chiaro fin dall’opener “The End”, ma che nel suo abuso si rivela troppo limitata. Poche sono le parti originali, come il singolo “Radioactive” o l’ottima  “Pony Up” (incroci di chitarre come si deve), e ridotti all’osso i pezzi che ‘pestano’ (in pratica c’è solo “No Money”). Tutto il resto è troppo ripetitivo e funziona poco (tra l’altro, “The Face” ricorda curiosamente “Eyes Without A Face” di Billy Idol): colpiscono giusto di “Pyro” e “Beach Side”, brani in cui i Kings riescono a trasmettere il messaggio.
Se vi aspettate i singolazzi o i riff garage rock lasciate perdere: questo va bene per viaggiare in auto al tramonto di ritorno da una giornata di lavoro, o per i geek-chic che trovano alternativo lo stile new-country.

Marco Brambilla

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