[Synth Pop] Devo – Something For Everybody (2010)

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http://www.clubdevo.com/http://www.warnerbrosrecords.com/ Venivano dalla capitale mondiale della gomma (Akron, Ohio), e avevano una missione: mostrare all’America e al mondo intero che, dopo l’evoluzione darwiniana, era ormai giunto il tempo del processo opposto, ossia la de – evoluzione dell’intero genere umano, provocata da un progresso tecnologico che, nelle mani della società capitalistica, stava rendendo l’uomo un prodotto


http://www.clubdevo.com/
http://www.warnerbrosrecords.com/

Venivano dalla capitale mondiale della gomma (Akron, Ohio), e avevano una missione: mostrare all’America e al mondo intero che, dopo l’evoluzione darwiniana, era ormai giunto il tempo del processo opposto, ossia la de – evoluzione dell’intero genere umano, provocata da un progresso tecnologico che, nelle mani della società capitalistica, stava rendendo l’uomo un prodotto seriale piuttosto che un essere senziente. L’apocalisse asettica era alle porte, ma a differenza dell’iconografia classica utilizzata per rappresentarla, non ci sarebbe stato nulla di realmente tragico, di incommensurabile, di abbacinante; piuttosto un lento scivolare nell’incoscienza provocata dalla corruzione del DNA e dal dominio delle macchine, ma sempre col sorriso (ebete) sulla bocca. Qualcosa di grottesco, insomma. E allora largo a una musica che procede a scatti spastici, in cui chitarre e sintetizzatori vanno a braccetto come mai era accaduto prima d’allora, funk mutante e dance aliena che s’innestano nelle distorsioni epilettiche del punk (e per sincerarsi del fatto che i Devo fossero un gruppo punk basta guardare questo video). Mentre i costumi di plastica della band e i movimenti disarticolati del cantante Mark Mothersbaugh simboleggiano l’avvento del demente uomo robotico che di lì a poco avrebbe preso il sopravvento.

I Devo erano tutto questo: uno dei complessi più geniali della new wave, il cui debut album, “Q: Are We Not Men? A: We Are Devo” (1978), è riconosciuto ancora oggi come uno dei dischi fondamentali di un’intera epoca. Una sorta di Kraftwerk virati punk, spogliati della pesantezza e serietà teutonica degli originali e dediti alla produzione di paradossali lieder electro – pop – rock che celebravano con ironia e sarcasmo un mondo che stava per cadere a pezzi.

Probabilmente non tutte le ‘profezie’ dei fratelli Mothersbaugh e Casale si sono avverate, anche se drizzando le antenne e assistendo allo spettacolo globale che il 2010 ci offre si può facilmente comprendere quanto la loro satira fosse lucida e, in parte, preveggente. Ma le risposte le lascio ai lettori, e non è questo il punto. Il problema è un altro: il problema è che, ascoltando il nuovo album, si ha l’agghiacciante presentimento che le teorie sulla de – evoluzione si siano ritorte contro loro stessi. Anche per questo motivo ho aspettato tanto per parlare del nuovo album: perché non c’è quasi nulla da dire.

“Something For Everybody” consta di undici brani di una pochezza impressionante. Probabilmente l’unico merito del disco è di essere stato prodotto con suoni al passo coi tempi, per il resto le nostre orecchie assistono impotenti (e costernate) a una carrellata di luoghi comuni del synth pop più scontato e monoespressivo. C’è ancora qualche guizzo ereditato dai vecchi tempi, ma questo ritorno a vent’anni esatti dall’ultima raccolta d’inediti (“Smooth Noodle Maps”, parecchio sottotono anch’essa) è persino più deludente del previsto. I Devo hanno fondato il proprio immaginario sulla spersonalizzazione dell’individuo, e ora è la loro musica ad essersi spersonalizzata. Ad essere diventata un prodotto seriale e facilmente riproducibile, come un qualsiasi costume di plastica. Non bastano le saltellanti e ‘divertenti’ “Fresh” (che di fresco ha ben poco) e “Don’t Shoot (I’m A Man)” a rinverdire i fasti delle vecchie hit “Whip It” e “Girl U Want”, non basta il bric – à – brac elettronico di “Mind Games” e “Human Rocket” (con tanto di voce filtrata) a rispolverare lo humor corrosivo dei tempi eroici. E stiamo parlando dei brani migliori. Altrove, soprattutto nell’orribile electro – rockabilly di “Please Baby Please”, i risultati sono addirittura catastrofici. Ci si chiede a chi possa interessare un disco così, che è stato chiamato “Qualcosa per tutti” (esempio d’ironia, questa volta, del tutto involontaria): non ai vecchi fan dei Devo, non ai giovani dediti all’odierno revival degli Ottanta e della new wave…a chi altro, allora? D’altra parte i Devo sono stati grandiosi solo al tempo degli esordi (primi tre album), è da allora che la de – evoluzione non lascia loro scampo. Questa recensione è stata scritta soprattutto per ricordare il loro enorme contributo alla musica popolare degli ultimi trent’anni, solo secondariamente per parlare di un ritorno che, purtroppo, verrà dimenticato nel giro di poco tempo.

Stefano Masnaghetti

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