[Synth-Pop] Junior Boys – Begone Dull Care (2009)

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  Parallel Lines – Work – Bits and Pieces – Dull to Pause – Hazel – Sneak a Picture – The Animator – What It’s For http://www.juniorboys.nethttp://www.dominorecordco.com Servono diversi ascolti del nuovo lavoro dei Junior Boys, per riuscire ad affermare, con una certa serenità, che l’unica cosa veramente fuori posto dell’album, in fondo, è il

 

Parallel Lines – Work – Bits and Pieces – Dull to Pause – Hazel – Sneak a Picture – The Animator – What It’s For

http://www.juniorboys.net
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Servono diversi ascolti del nuovo lavoro dei Junior Boys, per riuscire ad affermare, con una certa serenità, che l’unica cosa veramente fuori posto dell’album, in fondo, è il titolo scelto.

Bisogna lasciarsi trasportare, abbandonando gli inevitabili pregiudizi. Rivedendo al ribasso le proprie aspettative, bisogna fare in modo che si dissipino i dubbi che, inevitabilmente, insidiano chi ingenuamente si aspetta di incontrare un’opera dotata della potenza comunicativa delle animazioni di Norman McLaren.
“Begone Dull Care”, infatti, è un’esplicita citazione di un’opera del visual artist canadese, ed un tributo al suo genio misurato e rivoluzionario: un parallelo forse troppo azzardato.

Sicuramente, è proprio l’ordine compositivo la più grande qualità (e al tempo stesso la pecca) di questo disco del duo Greenspan-Didemus. Se questo non permette al caso di insinuarsi in alcuna delle 8 tracce, regolandone ritmi e cadenze con maniacale precisione, al tempo stesso impedisce anche ad una buona dose di calore e di emozione di infiltrarsi tra loop di estrazione minimal e synth presi a prestito da qualche ben riuscito videogame marchiato Commodore 64.
Pezzi come “Work” o “Parallel Lines” sono climax infiniti, che non esplodono mai, elettronici coiti interrotti che forse solo il sapiente lavoro di qualche dj londinese saprà rianimare (come già accaduto in passato per “Like a Child”).

Ma il terzo album dei Junior Boys si fa sicuramente apprezzare per altre, innegabili, doti: le semplici cesellature di “What It’s For”, che chiude il disco con un tocco di sentimentalismo sintetico, e che ben si sposa con il tono quasi sussurrato di Greenspan; o ancora, l’improvviso capolino di un banjo in una traccia intensa e matura come “Dull To Pause”, che segna di una vaga malinconia (che richiamerà ad alcuni i tratti del più recente Dntel) il cd della coppia dell’Ontario.
“Begone Dull Care”, insomma, paga l’ambizione di paragonarsi all’opera di un maestro indiscusso come McLaren, di cui riesce a cogliere l’impeccabile minimalismo stilistico (confermando così la crescita musicale del gruppo e la padronanza dei propri mezzi), ma certamente non l’imprevedibilità sulla quale il regista canadese aveva, ormai 50 anni fa, costruito un genere assolutamente rivoluzionario.

Alessandro Camaioni

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