The Magnetic Fields Love At The Bottom Of The Sea

The Magnetic Fields Love At The Bottom Of The Sea Recensione 3/5
Fra i sinonimi di ‘eclettismo‘ Magnetic Fields potrebbe andare benissimo in un ipotetico dizionario futuro. La band di Boston non è nuova a repentine virate stilistiche, e questa volta il distacco con il predecessore è fra i più netti e singolari. Se “Realism” (2010) era un fragile e stilizzato disco di indie folk interamente giocato

Fra i sinonimi di ‘eclettismoMagnetic Fields potrebbe andare benissimo in un ipotetico dizionario futuro. La band di Boston non è nuova a repentine virate stilistiche, e questa volta il distacco con il predecessore è fra i più netti e singolari. Se “Realism” (2010) era un fragile e stilizzato disco di indie folk interamente giocato su esili trame acustiche, con “Love at the Bottom of the Sea” i Campi Magnetici tornano all’elettronica, quella che avevano abbandonato sul finire dello scorso Millennio. E il risultato è, anche se non del tutto convincente, sicuramente intrigante e interessante. Merito di 15 agilissime canzoni che si muovono svagate e parodistiche in bolle pop colorate; se poi le atmosfere vi sembrano troppo allegre e cartoonistiche, non fermatevi alla musica ma leggete anche qualche testo, come quello che illustra il saltellante electro anni Ottanta di “Your Girlfriend’s Face“, che dice “Baby I’d give you death/Bye bye by Crystal Meth“. Olè.

Sintetizzando, la nuova fatica dei Nostri somiglia molto a una specie di bignami del loro opus magnum69 Love Songs“, appena 35 minuti scarsi di effetti speciali in technicolor. E nonostante siano passati così tanti anni, il suono sintetico che Stephin Merritt e soci riprendono in mano è ancora pesantemente segnato dal synth pop che fu del dopo new wave. Così l’epica “Infatuation (With Your Gyration)” risente allo stesso tempo di Depeche Mode e New Order, e nel chorus si rivela forse il pezzo migliore dell’opera, mentre “The Machine In Your Hand” è una specie di ibrido fra il freddo tecnologico di Gary Numan, con tanto di voce metallica, e qualcosa di più tenero in chiave chamber pop. In mezzo a queste puntate nell’elettronica più strutturata e quasi dance, c’è comunque spazio per la classica ballata indie (cfr. “The Only Boy In Town“) e per qualche scoria di rumorismo più bislacco, come accade nell’altrimenti cristallina “I’ve Run Away To Join The Fairies“. La filastrocca velata di goliardica psichedelia anni Sessanta di “The Horrible Party“, infine, è davvero graziosa.

Anche questa volta, i Magnetic Fields il loro l’hanno fatto. Difficile dire se basti, trattandosi di un gruppo che negli anni Novanta ha pubblicato un paio di dischi davvero molto, molto ispirati. E qualche riempitivo di troppo inceppa qua e là il meccanismo. Ma c’è comunque di che divertirsi. E pensando al carattere di Merritt tutto questo suona davvero paradossale; come il suo gruppo d’altronde.

Stefano Masnaghetti


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