Thom Yorke – Tomorrow’s Modern Boxes

thom-yorke-tomorrows-modern-boxes-recensione 3.5/5
Loop elettronici e vocalizzi malinconici perfettamente assemblati regalano il solito familiare senso di estraneazione tipico dell’etica radioheadiana.

Se mi devo confrontare con un grande della musica, ho sempre il timore di farmi influenzare da quello che è più che da quello che effettivamente fa. Per fortuna questa logica dalla meritocrazia dubbia, versione ritrita del giudicare un libro dalla copertina, è piena di splendide eccezioni e Thom Yorke è una di queste.

Il tutto per dire che quando è apparso in rete l’annuncio di “Tomorrow’s Modern Boxes” sicuramente non mi sono strappato i capelli dall’emozione ma ho pazientemente aspettato l’ennesimo lavoro di loop elettronici e vocalizzi malinconici. E, pur non essendo un mago delle previsioni, ci ho preso come nemmeno Mosca con il suo pendolino.
Quello che però mi ero perso nella sfera di cristallo era l’impeccabilità con cui questi loop sono stati assemblati: dall’inizio alla fine dell’LP (di otto tracce, lo so, ma non esiste una definizione di mezzo) il trasporto è tale che difficilmente l’ascolto viene turbato dalla difficoltà sonora. Tutto, dai beat alle basi strumentali, risulta lo spontaneo risultato di una mente straordinaria che, attraverso pochi suoni piazzati nel punto giusto, ci regala mondi melodici che nemmeno le filarmoniche, a volte, riescono a creare.
E’ il caso ad esempio di “Guess Again!”, in cui un piano vagamente calante si incastra perfettamente con la voce malinconica di Yorke, come se tutto fosse un’eterna B-Side di “King Of Limbs”. Il punto di forza e debolezza del disco è proprio il cantato che, dove manca, lascia un vuoto di informazioni che è quasi difficile da tollerare. Senza le parole di Yorke, le composizioni diventano improvvisamente d’essai, cozzando con un lavoro che, a partire dal metodo di distribuzione, doveva risultare il meno complicato possibile. Il che è un eufemismo, considerando da chi è stato partorito. Questa contraddizione emerge ancora di più se l’album viene contestualizzato in un’epoca segnata dai vari The XX, Caribou, SBTRKT, che snocciolano perle elettroniche in grado di rendere mediocri anche i grandi.

Thom Yorke, in questo, si difende bene senza però tirare fuori dal marasma più di un braccio. Quello che rimane alla fine dell’ascolto è il familiare senso di estraneazione tipico dell’etica radioheadiana, accompagnato dalla solita ricorrente immagine. Sì, proprio Yorke che balla.

Condividi.