A Storm Of Light – As The Valley Of Death Becomes Us, Our Silver Memories Fade

A Storm Of Light As The Valley Of Death Becomes Us Our Silver Memories Fade /5
Terzo album per A Storm Of Light, interessante sorta di supergruppo ‘estremo’ fondato dall’ex Red Sparowes (nonché ‘artista visivo’ dei Neurosis) Josh Graham. Oltre a lui nella band militano Domenic Seita (ex Tombs) e, soprattutto, Vinnie Signorelli, nientemeno che il batterista degli Unsane. Roba grossa, quindi. E la formazione per il nuovo lavoro ha fatto

Terzo album per A Storm Of Light, interessante sorta di supergruppo ‘estremo’ fondato dall’ex Red Sparowes (nonché ‘artista visivo’ dei Neurosis) Josh Graham. Oltre a lui nella band militano Domenic Seita (ex Tombs) e, soprattutto, Vinnie Signorelli, nientemeno che il batterista degli Unsane. Roba grossa, quindi. E la formazione per il nuovo lavoro ha fatto davvero le cose in grande, reclutando Kim Thayil dei Soundgarden e Jarboe degli Swans come ospiti (ma quest’ultima la ricordiamo anche in collaborazione con i Neurosis stessi in uno splendido LP uscito qualche anno fa). Tutto sembrerebbe preludere al discone, quindi.

E in effetti “As The Valley Of Death Becomes Us, Our Silver Memories Fade” – titolo chilometrico e bizzarro, proprio com’è in uso oggi in un certo tipo di musica – fa il suo e, almeno in parte, non delude le aspettative. Come ci si potrebbe aspettare, il sound del sestetto è un buon incrocio fra il post rock dei Red Sparowes (certi chitarrismi presenti in “Missing”) e il post metal dei Neurosis (“Silver” è quintessenziale in tal senso), con l’aggiunta di parecchi input presi da act che si muovono in territori contigui, e penso in special modo a Isis, Pelican e simili. A Storm Of Light, però, non vogliono rischiare d’apparire troppo scontati, e allora nella ricetta mettono anche ingredienti leggermente differenti, che potrebbero esser accomunati con lo sludge, lo stoner e il doom più plumbeo. “Collapse” fa venire in mente gli Shrinebuilder, mentre “Leave No Wounds” incorpora al suo interno riff in odore di stoner. Chiudono l’opera la mesta elucubrazione “Death’s Head” e la quasi swansiana “Wasteland”, dieci minuti di pece esistenziale sporcata da rifrazioni tribalistico – industriali, con la voce di Jarboe a inserirsi fra gli interstizi del wall of sound.

Si diceva che il lavoro in questione non deludesse le aspettative. Sì, questo è incontestabile, e con i musicisti coinvolti nel progetto era lecito sperare in qualcosa d’interessante. Tuttavia “As The Valley…” non decolla mai completamente. Sarà che certe architetture sonore sono ormai abusate o quasi, sarà che a furia di cercare uno sguardo onnicomprensivo su queste i Nostri hanno finito per preparare un vademecum al post – qualcosa senza dire nulla di veramente inedito, sarà che i gruppi originari paiono comunque più freschi…ma quello che dopo l’ascolto rimane impresso nella mente non è moltissimo. Con questo non voglio dire che manchi di spunti più che interessanti, chiariamoci. Può anche darsi che la mia decrepitudine mi abbia fatto diventare troppo esigente nel corso degli anni. I fan dei gruppi più sopra elencati saranno soddisfatti, ma non si aspettino la pietra miliare. Certo almeno due o tre attenti ascolti li merita, senza alcun dubbio.

Stefano Masnaghetti

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