Anaal Nathrakh – Passion

Anaal Nathrakh Passion /5
C’è poco da fare: gli Anaal Nathrakh sono davvero una garanzia. Se volete passare una quarantina di minuti sprofondando nel delirio, prendete un loro album a caso e sarete soddisfatti. Neppure si può affermare che giochino su un terreno facile. No. Anzi, riuscire a proporre da sei album e più di un decennio il ‘solito’

C’è poco da fare: gli Anaal Nathrakh sono davvero una garanzia. Se volete passare una quarantina di minuti sprofondando nel delirio, prendete un loro album a caso e sarete soddisfatti. Neppure si può affermare che giochino su un terreno facile. No. Anzi, riuscire a proporre da sei album e più di un decennio il ‘solito’ stile fatto di una mostruosa mutazione del black, ora corrotto da grind, thrash, death, industrial e chi più ne ha più ne metta, senza mai aver fatto registrare un vero e proprio passo falso, è impresa che riesce solo ai più talentuosi. Certo, come è già accaduto a moltissimi gruppi, il loro esordio “The Codex Necro” (2001) non sono mai riusciti a bissarlo, né come intensità né come innovazione (prima di esso, non si era mai sentito nulla di simile, davvero!), eppure riguardo alla prima qualità ci sono andati vicini parecchie volte. Con “Hell Is Empty, And All The Devils Are Here” (2007) ad esempio. E anche il nuovo “Passion” può esser incluso nel novero delle loro migliori opere.

Descrivere il disco ‘track by track’ sarebbe un esercizio sterile e, in fin dei conti, inutile. Chi già conosce il duo inglese sappia che si troverà di fronte a una sorta di mix fra le parti ‘melodiche’ di “Eschaton” (2006) e quelle più folli e veementi di “In The Constellation Of The Black Widow” (2009). Grida inumane sospinte da blast – beat impazziti, riff presi dal black svedese che sfociano improvvisamente in gragnole industrial – grind, i Brutal Truth a braccetto con Aborym e Dark Funeral intenti a preparare l’inferno sulla terra. Molte le scariche di rabbia belluina poco al di sopra del minuto di durata, e fra queste si segnala soprattutto l’elettronica deviata di “Post Traumatic Stress Euphoria”. A colpire ancor di più sono però gli esperimenti sludge – core della lunga (più di sette minuti) “Drug-Fucking Abomination”, un modo per mettere in connessione i Mistress con gli ultimi Satyricon (ma caricati questi di una rabbia selvaggia), oppure le aperture in clean vocals presenti in molte tracce, delle quali la più spiazzante è sicuramente “Le Diabolique Est L’ami Du Simplement Mal”, in cui sono presenti armonie a metà strada fra gli Arcturus e gli Emperor di “Prometheus”, ma affogate nella pazzia più lancinante. Menzione d’onore anche per la terrificante “Tod Huetet Uebel”, un viaggio fra i gironi danteschi più abissali, riletti però con una sensibilità post – olocausto.

Io sinceramente non riesco ad immaginare cosa possa tener vivo quest’odio spropositato in V.I.T.R.I.O.L. (occhio alle corde vocali!) e Irrumator, dopo tutti questi anni passati a spargere messaggi di morte in musica. Meglio però non farsi troppe domande e godersi questo lavoro, davvero ben fatto, carico di energia negativa come non mai e indicato per tutti i seguaci dell’estremo in note.

Stefano Masnaghetti

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