Anthrax – Worship Music

Anthrax Worship Music Recensione /5
Inutile negarlo,dopo la telenovela dei cantanti gli Anthrax sono diventati i nuovi zimbelli dell’heavy metal (come Mustaine quando dichiarò che era stato lui a licenziare i Metallica, come i Metallica quando si misero contro Napster e via così di figura meschina, in figura meschina). La storia recente degli Anthrax li vede infatti prima litigare con

Inutile negarlo,dopo la telenovela dei cantanti gli Anthrax sono diventati i nuovi zimbelli dell’heavy metal (come Mustaine quando dichiarò che era stato lui a licenziare i Metallica, come i Metallica quando si misero contro Napster e via così di figura meschina, in figura meschina).

La storia recente degli Anthrax li vede infatti prima litigare con John Bush per via di un tour autocelebrativo con la mummia di Joey Belladonna dietro al microfono (sì, c’era pure Spitz, ma si è dimsotrato talmente simpatico che di lui non è fregato più niente a nessuno), poi cacciare il cantante storico a calci in culo per sostituirlo con Dan Nelson, un signor nessuno col vezzo di fare il verso a Phil Anselmo, salvo poi scaricare in malissimo modo pure costui per ricominciare a flirtare con John Bush. Visto però che Bush non aveva alcuna intenzione di mettere la voce sul materiale scritto senza di lui allora i Nostri hanno pensato di richiamare Belladonna, che contro ogni pronostico accetta.

Alla fine, a 8 anni di distanza da “We’ve Come for You All“, vede la luce “Worship Music“. Che succede una volta premuto il tasto play? Che dopo 100 secondi di inutile introduzione, le case dello stereo esplodono con “Earth On Hell“, un brano assassino che dice, senza sé e senza ma, che gli Anthrax sono tornati.

In “Worship Music” stupisce soprattutto la prova di Belladonna, aggressivo e prefetto come non è mai stato, quasi come se volesse far capire che lui non ha nulla da invidiare a Bush (vedi “Costant” e la sua somiglianza con “Only“). Come sempre gli Anthrax riescono a rileggere la loro storia continuando comunque a guardarsi attorno. Groove e cazzeggio dell’era Bush sono messi un po’ (troppo) da parte, e l’esperienza di Scott Ian nei The Damned Things si fa sentire un pelo più del necessario (Cfr. “The Devil You Know“). Il disco infatti pare costruito tenendo conto del gusto del pubblico più giovane, quindi velocità, aggressività e ritornelli molto melodici. Anche il sound è piuttosto moderno, estremamente (troppo) pulito benché potentissimo.

A nostro avviso “Worship Music” è inferiore a “We’ve Come for You All” , infatti non abbiamo troppo apprezzato l’eccessiva patinatura dei suoni e avremmo preferito un po’ di groove in più e qualche frangetta in meno; rimane però un buonissimo lavoro, con una partenza bruciante ma che arriva alla fine con un po’ di fiatone.

Stefano Di Noi

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