Arch Enemy – Khaos Legions

Arch Enemy Khaos Legions /5
Siamo alle solite. Dopo quattro anni di pausa tra “Rise of the Tyrant” e “Khaos Legions” abbiamo sperato vivamente che l’ultimo capitolo degli svedesi Arch Enemy potesse essere una rivelazione, un punto di svolta, l’occasione per fare il grande salto e farsi conoscere dal grande pubblico. Ma più che saltare, la band preferisce correre sul

Siamo alle solite. Dopo quattro anni di pausa tra “Rise of the Tyrant” e “Khaos Legions” abbiamo sperato vivamente che l’ultimo capitolo degli svedesi Arch Enemy potesse essere una rivelazione, un punto di svolta, l’occasione per fare il grande salto e farsi conoscere dal grande pubblico. Ma più che saltare, la band preferisce correre sul posto.

L’album si apre con la strumentale “Khaos Ouverture“, intro del primo singolo “Yesterday is Dead and Gone“, la cui linea melodica lascia ben sperare. Peccato che, una volta conclusa, si capisca chiaramente come proseguirà il suo seguito. E non si evolve di certo nel migliore dei modi. La melodia dell’ouverture si ritira in un cantuccio per far spazio ai riff triti e ritriti dei fratelli Amott e al solito growl della frontwoman Angela Gossow. Non un sussulto, non uno spiraglio che lasci intravedere innovazione. Speriamo che l’album prenda una piega migliore.

Ma non sarà così. “Khaos Legions” non è altro che una prosecuzione monotematica di “Rise of the Tyrant”. L’unico episodio che si salva è “Through the Eyes of a Raven”, che per i primi 4 minuti e mezzo ci propina la stessa solfa ma che ci regala un’outro meravigliosamente melodica di 40 secondi che avrebbe potuto essere elaborata per una lunghezza di circa 4 minuti e regalare qualche momento di stupore. Ciò che rende questo album una delusione è senza dubbio la mancanza di idee.

Di solito quando si ascolta un cd, c’è sempre una traccia (o più) che colpisce, sia nel bene che nel male. In “Khaos Legions” non c’è un momento memorabile, una canzone carica di pathos. Niente. Si precipita regolarmente nel tunnel del “già sentito”. In casi come questo l’unico stimolo è skippare una canzone dopo l’altra aspettando un bagliore che catturi l’attenzione. E non c’è sintomo di stanchezza più palese di questo. Dopo una pausa così lunga, una creatività così bassa (diciamolo, inesistente) è un po’ pochino. No?

Claudia Falzone

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