[Black Metal] Marduk – Wormwood (2009)

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  Nowhere, No One, Nothing – Funeral Dawn – This Fleshly Void – Unclosing The Curse – Into Utter Madness – Phosphorous Redeemer – To Redirect Perdition – Whorecrown – Chorus Of Cracking Necks – As A Garment www.marduk.nuwww.regainrecords.com “Wormwood”, ossia “Rom 5:12” versione 2.0. Se il disco precedente rappresentava il tentativo, peraltro riuscito, di

 

Nowhere, No One, Nothing – Funeral Dawn – This Fleshly Void – Unclosing The Curse – Into Utter Madness – Phosphorous Redeemer – To Redirect Perdition – Whorecrown – Chorus Of Cracking Necks – As A Garment

www.marduk.nu
www.regainrecords.com

“Wormwood”, ossia “Rom 5:12” versione 2.0. Se il disco precedente rappresentava il tentativo, peraltro riuscito, di uscire dalla secca creativa nella quale i Marduk si dibattevano da un po’ troppi anni, il successore è nient’altro che un affinamento della formula vincente messa in atto un paio d’anni fa. Non è poco, anzi con questo nuovo corso pare proprio che gli svedesi stiano attraversando una seconda giovinezza artistica.

Un nuovo corso che sicuramente guarda al passato. Finalmente Morgan e compagni hanno inteso che spingere il piede sull’acceleratore come forsennati per tutta la durata dei loro dischi non faceva onore ad una band che ha fatto la storia del black metal, e l’ha fatta non solo attraverso la pura velocità, ma anche grazie alla capacità di piazzare i rallentamenti nei punti chiave delle loro composizioni: dischi come “Opus Nocturne” o “Nightwing” parlano chiaro in proposito. Quindi largo a brani lenti e malevoli come “Funeral Dawn”, “To Redirect Perdition” e “As A Garment”, probabilmente fra i migliori mid – tempo che i Marduk abbiano mai prodotto. Ovviamente non mancano gli episodi in cui si viaggia a rotta di collo, “Whorecrown” su tutti, il pezzo dove più è chiaro il marchio di fabbrica della band scandinava. Ma, che si proceda a passo lento o sferzati da continui blast – beat, quello che non manca mai è il senso di violenza e di malvagità che un disco black ispirato e ben orchestrato dovrebbe sempre avere, e questo è il caso.

In quest’ultimo senso, l’arma in più a disposizione dei Marduk si chiama Mortuus, ovvero Daniel Rosten, ovvero Arioch, mente e leader indiscusso dei grandi Funeral Mist, ormai vera e propria one man band totalmente nelle sue mani. Vero che il cantante è già presente sin dai tempi di “Plague Angel” (2004), ma solo ora le sue enormi potenzialità vengono sfruttate appieno. Non fosse per lui, pezzi comunque già ottimi come “Into Utter Madness”, “Phosphorous Redeemer” o “Nowhere, No One, Nothing” non avrebbero comunque lo stesso impatto devastante e la stessa carica di sferzante follia. Le sue capacità nel passare dallo scream ai sussurri fino ad una sorta di biascicata recitazione ieratica sono sorprendenti.

Certo, a voler essere pignoli c’è anche il rovescio della medaglia da considerare. La maggior importanza di Mortuus nell’economia del complesso si rivela non solo nelle sue capacità vocali, ma anche in uno stile di scrittura strumentale che guarda molto ai Funeral Mist stessi, soprattutto nella già citata “Nowhere, No One, Nothing”. Cupo, intricato, schizoide, sicuramente diverso rispetto ai Marduk ‘classici’, quelli dei primi anni Novanta. Dietro a questo, c’è di sicuro il suo zampino. Eppure questa nuova influenza si rivela salutare; magari si è perso un briciolo d’integrità stilistica, tuttavia “Wormwood” funziona a meraviglia, tanto da poter essere considerato il capolavoro dei Marduk anni 00. Promosso senza se e senza ma.

Stefano Masnaghetti

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