[Black Metal] Shining – V – Halmstad (2007)

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Yttligare Ett Steg Närmare Total Jävla Utfrysning – Längtar Bort Från Mitt Hjärta – Låt Oss Ta Allt Från Varandra – Besvikelsens Dystra Monotoni – Åttiosextusenfyrahundra – Neka Morgondagen www.shiningangst.se www.osmoseproductions.com Sono lontani i tempi in cui gli Shining scrivevano capolavori, e si distinguevano quali migliori esponenti di un sottogenere che tanta fortuna ha avuto


Yttligare Ett Steg Närmare Total Jävla Utfrysning – Längtar Bort Från Mitt Hjärta – Låt Oss Ta Allt Från Varandra – Besvikelsens Dystra Monotoni – Åttiosextusenfyrahundra – Neka Morgondagen

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Sono lontani i tempi in cui gli Shining scrivevano capolavori, e si distinguevano quali migliori esponenti di un sottogenere che tanta fortuna ha avuto negli ultimi anni, il famigerato “depressive black”. Solo due anni fa, infatti, usciva il raffazzonato “IV – The Eerie Cold”, che pareva decretare la morte artistica della band. Date le premesse, è facile intuire quanto poco mi aspettassi dal nuovo disco.

Tuttavia questo nuovo “Halmstad” (fin dal titolo una sorta di dedica alla loro città natale) sembra possa far intravedere qualche spiraglio di luce per il futuro degli Svedesi. Nonostante rimangano parecchi difetti ereditati dall’album precedente, quali le frequenti cadute di stile a metà tra il pacchiano e il ridicolo (cfr. la penultima traccia, un’inutile rilettura della sonata “Al chiaro di luna” di Beethoven), oppure i frequenti inserti di chitarra acustica spagnoleggiante, quasi sempre fuori contesto, il disco pare riproporre sprazzi della grandezza passata. Il black metal delle origini è ormai quasi del tutto scomparso, le influenze doom e i riff dei primi Katatonia la fanno da padrone, ma questa mutazione non si rivela del tutto negativa: se parte della personalità dei primi Shining è andata perduta, in alcuni brani è ancora palpabile il senso di oppressione e di buio esistenziale che pochi altri come loro sono stati in grado di esprimere. In quest’ottica la prima e la terza traccia risultano quelle più riuscite: a parte i soliti cali di tensione e le risibili scelte stilistiche di cui sopra, in alcuni frangenti si respira ancora l’aria malsana che permeava del tutto il loro capolavoro assoluto, “Angst”. Peccato che il tutto sia annacquato in strutture dispersive e prive di mordente.

Resta da rilevare una piccola riscossa rispetto al disastro del disco precedente, e grazie a un parziale ritorno d’ispirazione da parte di Kvarforth e soci, “Halmstad” riesce a strappare la sufficienza; un po’ poco per il loro blasone, ma abbastanza per tenerli a galla in un panorama, quello del metal estremo, sempre più affollato e sempre più sterile in quanto a opere epocali.

S.M.

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