Bones & Comfort Mothersheep

Recensito da Stefano Masnaghetti il 30 mag 2012

Bones & Comfort Mothersheep Recensione
  • Classico power trio quello degli italiani Bones & Comfort, formato da Daniele Murroni (voce, chitarra e banjo), Alberto Trentanni (basso) [...]
  • Outune Attitude:
  • 3.5/5
  • Genere: Stoner/Southern Rock
  • Anno: 2012
  • Go Down Records
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  • Classico power trio quello degli italiani Bones & Comfort, formato da Daniele Murroni (voce, chitarra e banjo), Alberto Trentanni (basso) e Luca Romano (batteria). Il Trentanni ce lo ricordiamo anche quale membro della possente macchina psichedelico/improvvisativa dei King Bong. Chiusa la doverosa parentesi, il sound mostrato in “Motersheep“, primo album ufficiale per la band, è di tutt’altra pasta. Stoner rock diretto e principalmente fisico, musica più per il corpo che per la mente, volendo sintetizzare in pochissime parole il loro approccio. Uno stile nient’affatto stupido o scontato, è necessario precisare, ché non stiamo parlando di meri cloni di Kyuss e derivati, tutt’altro. L’intelligenza del gruppo la si percepisce soprattutto  nella forma ibrida che riesce a dare ai propri pezzi, in cui a collidere felicemente sono le vibrazioni del nuovo Millennio con quelle dei mai dimenticati anni Settanta.

    In dieci brani i Bones & Comfort riescono a dare una precisa idea del loro universo sonoro di riferimento. I riff e gli assoli sono epidermici ed infuocati come si conviene, la voce enfatizza i passaggi più importanti, la batteria pesta tonante mentre il basso è fondamentale nel dare spessore alle composizioni. Come si diceva più sopra, nel cd è presente la pesantezza dello stoner contemporaneo (a tratti persino del metal vero e proprio), la quale viene però alleggerita e colorata dai continui rimandi al mondo dell’hard rock più classico, quello diretto discendente del blues elettrico. Ovvie sono quindi le influenze di Led Zeppelin e Black Sabbath (cfr. per questi ultimi l’atmosfera di “Orange Blossom And Four Swans“), e altrettanto imprescindibili le vampate sudiste mutuate da Lynyrd Skynyrd e Allman Brothers Band (“No Country For Musicians“); ma un ruolo di eguale importanza lo svolgono anche i ritrovati di band più vicine a noi come Orange Goblin, Firebird (“Inhale“) e soprattutto Clutch, la cui voglia di jammare informa alcuni fra gli episodi più riusciti di “Mothersheep”, su tutti “My Crusade“. Infine, citazione d’obbligo per i gorghi acidi di “Isaac’s Wife Song” e per la splendida ballad “Take Some Pills“, che ricorda i Down più meditativi ed acustici.

    In breve, si è parlato di un esordio discografico davvero ottimo, annoverabile fra i lavori più interessanti spuntati dall’underground italico nel corso dell’anno. Frutto, fra l’altro, di una formazione che anche dal vivo sa davvero il fatto suo.

    Stefano Masnaghetti


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    Voto: 3.5 / 5
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