Boris – Heavy Rocks/Attention Please

Boris Heavy Rocks Recensione /5
I Boris non lasciano, anzi raddoppiano. Certo il trio giapponese non è nuovo ad imprese discografiche bizzarre, fra le quali si può ricordare l’album “Altar” (2006) realizzato in combutta con i Sunn 0))), ma nel loro curriculum ancora mancavano due cd assolutamente distinti pubblicati in contemporanea mondiale lo stesso giorno, ossia “Heavy Rocks” e “Attention

I Boris non lasciano, anzi raddoppiano. Certo il trio giapponese non è nuovo ad imprese discografiche bizzarre, fra le quali si può ricordare l’album “Altar” (2006) realizzato in combutta con i Sunn 0))), ma nel loro curriculum ancora mancavano due cd assolutamente distinti pubblicati in contemporanea mondiale lo stesso giorno, ossia “Heavy Rocks” e “Attention Please“. E in effetti una band ‘normale’ avrebbe probabilmente optato per un doppio, ma a posteriori non possiamo dar loro torto, poiché le due emissioni rappresentano volti ben distinti di Takeshi, Wata e Atsuo, ed entrambi possono esser compresi anche singolarmente.

“Heavy Rocks”, com’è intuibile sin dal titolo, esplora il lato più pesante e ‘minaccioso’ del loro multiforme suono. Non siamo tornati ai cataclismi drone/doom di “Absolutego” (1996) e “Amplifier Worship” (1998), sia chiaro; dopo la svolta ‘melodica’ avvenuta con “Pink” (2005) i Boris conservano sempre un filo conduttore intelligibile anche nelle loro composizioni più estreme. Tuttavia “Heavy Rocks” dimostra che quando i Nostri vogliono spingere sull’acceleratore lo sanno fare ancora in modo egregio. Così inanellano una serie di tracce, dieci, che spaziano dal doom virato grunge (“Riot Sugar” odora di Melvins) allo sludge goliardico (Czechoslovakia), con nel mezzo molto altro, dallo slowcore al post – rock psichedelico alla ballata indie rock disgregata da improvvisi empiti noise (Missing Pieces), sino all’alt dance alla Primal Scream di “Jackson Head“. Menzione d’onore per la jam fra Motorhead e Hawkwind ipotizzata da “Galaxians“, pazzesco frullato fra metal, punk e space rock tirato a mille.

Boris Attention Please

Molto differente l’approccio mostrato in “Attention Please”. Qua il complesso decide di accantonare metal e affini per concentrarsi su tappeti sonori elettrico/elettronici che mutano forma e deragliano spesso in rivoli noise, ma con al centro sempre una melodia di chiaro stampo indie – pop molto spesso ibridata da rimasugli shoegaze. Un disco agrodolce, quindi, in cui a farla da padrone è, il più delle volte, la voce della chitarrista Wata, per la prima volta sfruttata in tutte le sue potenzialità malinconiche. Un lavoro stano, anche per loro, qualcosa che non t’aspetti neppure da chi ha fatto del polimorfismo sonico la bandiera d’appartenenza. Scommessa vinta, in ogni caso, perché “Attention Please” riesce a convincere nel suo mellifluo vagare. Tra i vari pezzi si segnalano la trasognata “Hope“, non a caso scelta come singolo, e gli onirismi ambient di “You“.

Dovendo scegliere quale accaparrarsi, personalmente propenderei comunque per “Heavy Rocks”, ma l’ideale sarebbe riuscire a procurarsi entrambi. Grande gruppo, ancora oggi.

Stefano Masnaghetti

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