[Brutal Death Metal] Nile – Ithyphallic (2007)

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What May Be Safely Written – As He Creates So He Destroys – Ithyphallic – Papyrus Containing The Spell To Preserve Its Possessor Against Attacks From He Who Is In The Water – Eat Of The Dead – Laying Fire Upon Apep – The Essential Salts – The Infinity Of Stone – The Language Of


What May Be Safely Written – As He Creates So He Destroys – Ithyphallic – Papyrus Containing The Spell To Preserve Its Possessor Against Attacks From He Who Is In The Water – Eat Of The Dead – Laying Fire Upon Apep – The Essential Salts – The Infinity Of Stone – The Language Of The Shadows – Even The Gods Must Die

http://www.nile-catacombs.net/
http://www.nuclearblast.de/

Recensire un album brutal senza scadere nei soliti cliché o senza dire nulla di scontato non è mai impresa facile. Se il gruppo in questione si chiama Nile l’impresa raggiunge la difficoltà estrema, quasi quanto giudicare le lasagne della mamma. Per darvi un idea di quanto adori questo gruppo vi basti sapere che l’unico tatuaggio che ho sono i due serpenti di ‘Chapter for transforming into a snake’, dal booklet di “Black seeds of vengeance”.

Innanzitutto ci vuole una piccola premessa sulla storia del gruppo. Del Soouth Carolina, nati nella metà’ degli anni 90, I Nile hanno subito unito la critica in quanto “salvatori del death metal” che in quel periodo viveva una fase piuttosto fiacca. Con il magico mini “Festival of atonement”, il debutto “Amongst the catacombs of Nephren-Ka” (Preceduto dal singolo apripista “Ramese bringer of war”) e soprattutto con il seguente “Black seeds of vengeance”, il trio ha visto subito le sue quotazioni balzare alle stelle, e il loro nome affiancato a quello di mostri sacri come Morbid Angel o Cannibal Corpse. Il loro sound, fortemente devoto all’angelo morboso è però reso particolarissimo da una ricerca minuziosa di suoni, testi e tematiche riguardanti l’antico Egitto. Karl Sanders, fondatore e principale compositore, riversa nella band tutte le sue enormi conoscenze in campo storico e mitologico, dando cosi vita ad una “concept band” basata su papiri e pergamene, ovviamente concernenti il lato più oscuro e morboso dell’antica civiltà egizia (Nile:Egitto=Bolt thrower:Guerra, per darvi un idea). Con il successivo “In their darkened shrined” la consacrazione è completa, le song si arricchiscono ulteriormente di strumenti e arrangiamenti tipici egiziani dando all’album una maestosità e una marzialità di grandissimo impatto. Dopo alcuni cambi di line-up (Chief Spires basso/voce sostituito da Jon Vesano, anch’egli uscito dal gruppo senza essere sostituito) il seguente “Annihilation of the wicked” vede un parziale ritorno al death metal più ‘canonico’ delle origini, pur continuando ad impressionare per intricatezza e perizia esecutiva. Oggi, dopo il passaggio dalla prolifica Relapse alla più strutturalmente vasta Nuclear Blast, ecco il nuovo attesissimo full length: “Ithyphallic”.

Questo lavoro prosegue il sentiero intrapreso con il precedente Annihilation, e cioè rendere più scarno e diretto possibile il Nile sound, a discapito della pomposità dei lavori precedenti. La produzione è affidata a Neil Kernon (Cannibal corpse-The wretched spawn tanto per intenderci…) e il risultato è qualcosa di veramente devastante in quanto a pulizia e profonditè di suono. Il songwriting, pur venendo meno la magniloquenza dei lavori precedenti, è a livelli eccelsi.
Le prime quattro tracce (l’opener “What can be safely written”, “As he creates so he destroys”, la title track e “Papyrus Containing the Spell to Preserve Its Possessor Against Attacks From He Who Is In The Water”) non lasciano un attimo di tregua e investono l’ascoltatore con una furia cieca degna dei migliori episodi passati, e grazie ai loro ritornelli declamatori e imponenti diventano subito classici nel repertorio dei Nile. La succesiva “Eat of the dead” concede una piccolo tregua ai ritmi forsennati trascinandoci con il suo incedere morboso e maligno nelle catacombe più umide e mal popolate, dando vita ad una slow song colma di tensione di Morbidangeliana memoria.
La seconda parte del disco non ha cedimenti e continua imperterrita a martellare e a contorcersi, a strisciare e a frantumare, fino alla song di chiusura, “Even the gods must die”, anch’essa lenta e marziale nella sua fierezza, chiusa da un magnifico assolo malinconico.

Volendo cercare l’uovo nel pagliaio o il pelo nell’ago l’unica piccola nota di demerito è l’assenza delle consuete pagine finali dedicate a fonti e spiegazioni di ogni singolo testo.
In conclusione ottimo lavoro, death metal (o brutal se preferite) tecnico, intricato e particolarissimo, ottimamente suonato e prodotto, che non raggiunge forse i fasti dei primi tre lavori ma poco ci manca. Ora serve un Papyrus per preservare noi dalla furiosa e cieca tempesta di sabbia scatenata da questo inarrestabile trio.

Annoint my phallus with the blood of the fallen…

Grazie a Manuel Marini

 

Nuovo disco per i Nile, gruppo brutal che ha avuto un ruolo molto importante negli ultimi anni nel tenere in vita e aggiornare, per quanto possibile, un genere come il death che ha vissuto un periodo buio a causa delle troppe contaminazioni e sperimentazioni (che hanno riportato di moda il melodic death nella formazione del metalcore e del deathcore) di fine anni novanta.
Non scopriamo certo con “Ithyphallic” la qualità degli energumeni agli ordini di Karl Senders. Con l’album in questione i Nostri non aggiungono nulla a quanto già detto in precedenza: questa potrebbe essere una nota negativa per molti, tuttavia, in un filone estremo come quello percorso dai Nile, ciò non rappresenta un passo falso. Infatti se il sound è ormai codificato e riconoscibile, la potenza e l’oscurità che emergono dai dieci brani in tracklist non sono per nulla cambiati. L’impatto è probabilmente ancora più spietato e i rallentamenti risultano maggiormente incisivi rispetto al passato. Ridotte le orchestrazioni e snelliti alcuni passaggi, la tecnica esecutiva è come sempre ad alti livelli ma meno esasperata di una volta, al punto che il platter risulta fruibile anche da parte degli ascoltatori non proprio avvezzi a certe sonorità.
Un disco di buona fattura quindi, che dimostra ulteriormente che la band ha oramai raggiunto un posto di rilievo tra i mostri sacri del genere. Consigliato.

P.L.

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