Bullet For My Valentine Temper Temper

2.5/5
Il quarto disco dei Bullet For My Valentine è stato lanciato con la titletrack “Temper Temper” qualche tempo fa. Sgombriamo il campo da equivoci: è il pezzo più brutto del lotto. E “Riot”? Tra i meno convincenti. L’album parte con “Breaking Point” e “Truth Hurts”, due canzoni che sembrano b-side del precedente “Fever”, considerando anche

Il quarto disco dei Bullet For My Valentine è stato lanciato con la titletrack “Temper Temper” qualche tempo fa. Sgombriamo il campo da equivoci: è il pezzo più brutto del lotto. E “Riot”? Tra i meno convincenti. L’album parte con “Breaking Point” e “Truth Hurts”, due canzoni che sembrano b-side del precedente “Fever”, considerando anche le partiture di batteria (la seconda specialmente sembra un rip-off spudorato di “Your Betrayal”). Non sono male certo, l’accelerazione dell’opener e gli spunti melodici dell’accoppiata si fanno apprezzare alla lunga distanza. “P.O.W.” presenta i classici arpeggi e la voce sorniona di Matt Tuck che ci guida, senza troppa voglia, a quello che è però il miglior ritornello proposto nel platter fino a questo momento. “Dirty Little Secret” gioca le stesse carte della precedente, proponendo un build up più convincente che sfocia nell’aggressivo refrain. “Leech” e “Saints & Sinners” sono sì veloci ma dannatamente anonime e noiose. Meglio con “Dead To The World”, buonissima ballad in crescendo in perfetto stile Bullet, con finalmente qualche parte di chitarra solista a intervallare le strofe, peccato per l’accelerazione centrale clamorosamente simile a quella di “Welcome Home (Sanitarium)” dei Metallica.

“Riot” rappresenta il tentativo estremo del gruppo di rendere sempre più immediata la propria proposta (già di suo non eccessivamente complessa), rispetto a “Temper Temper” non è brutta ma prevedibile, sia neglio uoo-oo-oou sia nel cambio di tempo centrale e relativo assolo. “Tears Don’t Fall, pt. 2” farà discutere: solitamente rivisitare e dare un seguito a uno dei brani più celebri della propria carriera (nemmeno decennale tra l’altro) è l’emblema assoluto della mancanza di idee in fase compositiva e creativa (si pensi come esempi a “Unforgiven II” dei Metallica o a “Return To Hangar” dei Megadeth); se poi il risultato finale è una delle tre canzoni migliori contenute nel nuovo disco, bisogna necessariamente farsi delle domande. “Livin’ Life (on the edge of a knife)” avrebbe meritato una posizione migliore all’interno della tracklist, visto che risulta più accattivante di altri episodi precedenti, titolo da scuole medie a parte. Delitto invece imperdonabile, l’aver piazzato come bonus track della deluxe edition una bomba totale come “Not Invincible”, insieme a due pezzi dal vivo che fanno giusto contorno (l’extra bonus Giapponese non è nulla di che, sempre meglio di altre canzoni presenti nella tracklist ufficiale però…).

Buco nell’acqua? Semplicemente un’emissione che lascia le cose com’erano all’indomani della release precedente, consegnandoci una band che ha goduto di una (meritata) esposizione e successo istantaneo (altrettanto meritato) grazie al folgorante esordio del 2005. Da allora nei cd da studio successivi ci sono state canzoni interessanti, ma i quattro non sono più stati capaci di riproporsi ad altissimi livelli. La fanbase è ampia e fedele, i Bullet For My Valentine sono tra i top acts del metallo moderno ma dovranno necessariamente rischiare qualcosa di più nei dischi successivi, tornare a sudare a comporre e sforzarsi di proporre qualcosa di figo e accattivante per cinquanta minuti interi, anziché limitarsi a fare il compitino come su “Temper Temper”. Potrebbe non bastare più tra un paio d’anni.

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