Children Of Bodom – Relentless, Reckless Forever

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Anche i Children Of Bodom hanno fatto la storia del metal. Dirlo sembra un azzardo, vista la nomea di “gruppo per ragazzini/e” che i finlandesi si sono guadagnati nel corso degli anni, anzi subito, a partire dal loro esordio “Something Wild” (1997). Eppure proprio quell’esordio, e i due album che seguirono, sono stati in grado

Anche i Children Of Bodom hanno fatto la storia del metal. Dirlo sembra un azzardo, vista la nomea di “gruppo per ragazzini/e” che i finlandesi si sono guadagnati nel corso degli anni, anzi subito, a partire dal loro esordio “Something Wild” (1997). Eppure proprio quell’esordio, e i due album che seguirono, sono stati in grado di indicare nuove strade alla musica ‘dura’, nel senso di una commistione fra componenti estreme e spiccatissimo senso melodico che ha fatto la fortuna di molte band nel decennio appena trascorso (non ultimo il filone gothic con voce femminile). Più di questo, però, i primi lavori di Laiho e soci piacquero subito per l’aggressione ‘sinfonica’ che erano in grado di scatenare: melodia sì, tastiere sì, largo addirittura a spunti power, ma il senso di ‘qualcosa di selvaggio’ si percepiva chiaramente fra il fragore di chitarre shreddate a manetta, doppia cassa e scream feroce. Ovvio che i sedicenni in cerca di qualcosa di più pesante dei Maiden o dei Metallica accorsero in massa.

Peccato che il complesso avesse detto quasi tutto in quei primi lavori. E i seguenti, al di là del continuo successo di pubblico, si limitarono a rimestare il brodo senza particolari guizzi, a parte lievi concessioni ad un suono più moderno e ‘compresso’ (leggi groove metal o qualcosa di simile), fino ad arrivare all’insipido “Blooddrunk” (2008), forse il capitolo più prevedibile della loro carriera.

Relentless, Reckless Forever” segue più o meno la stessa falsariga. Solo che lo fa con più impegno, convinzione e varietà. Tanto che, altro azzardo, lo si potrebbe considerare l’album meglio riuscito dai tempi di “Hate Crew Deathroll” (2003). È soprattutto la diversità fra un brano e l’altro che fa la differenza e segna un parziale risveglio per il gruppo finnico. Le componenti sono sempre le stesse, ma meglio esposte e maggiormente elaborate. C’è il classico Bodom style che monopolizza pezzi quali “Roundtrip To Hell And Back” e “Ugly”, ma ci sono anche episodi spuri come “Not My Funeral”, dal riff d’apertura in odore di Trivium e simili, e la stessa title – track che oscilla fra un incipit ultra classico, addirittura vicino ai Judas Priest (cfr. la batteria), e uno sviluppo che mette in chiaro le velleità ‘modern metal’ che i Nostri coltivano da qualche anno a questa parte. Anche il thrash è compreso nel prezzo del biglietto, come prova “Northpole Throwdown”, velocissima e dall’assolo piuttosto interessante, forse la canzone più riuscita del lotto. Nulla di che, invece, la bonus – track, ovvero la cover di “Party All The Time” (Rick James la scrisse nientemeno che per Eddie Murphy), che ricorda gli orrori contenuti in “Skeletons In The Closet” (2009).

Dai, diciamo che a questo giro i Bambini di Bodom se la sono cavata, con mestiere e un tocco di furbizia. Difficile pronosticare come il disco verrà accolto dai fan, data la sua natura ibrida di contenitore di vecchio e ‘nuovo’; sembra proprio che “Relentless…” voglia accontentare un po’ tutti, e questo potrebbe andare a suo svantaggio. Tuttavia, ripeto, era da tanto che la band non lavorava così duramente per creare qualcosa con un po’ di passione in più rispetto al compitino da minimo salariale. Andrebbe apprezzata soprattutto per questo.

Stefano Masnaghetti

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