Chimaira – The Age Of Hell

Chimaira The Age Of Hell Recensione /5
Il sesto album dei Chimaira nasce da un evidente stato di sbandamento del gruppo. Negli ultimi mesi, infatti, la band di Cleveland ha dovuto fare i conti con l’abbandono di bassista, batterista e tastierista, tanto che si vociferava di un possibile scioglimento. Trovati invece i sostituti in Emil Werstler (basso), Sean Zatorsky (tastiere) e Austin

Il sesto album dei Chimaira nasce da un evidente stato di sbandamento del gruppo. Negli ultimi mesi, infatti, la band di Cleveland ha dovuto fare i conti con l’abbandono di bassista, batterista e tastierista, tanto che si vociferava di un possibile scioglimento. Trovati invece i sostituti in Emil Werstler (basso), Sean Zatorsky (tastiere) e Austin D’Amond (batteria), eccoli tornati subito in pista con “The Age Of Hell“, disco quantomeno controverso. Perché non si tratta di un lavoro malriuscito o disastroso, anzi! Al suo interno contiene parecchi episodi ben fatti e che catturano sin dalle prime battute, ma l’impressione che si ricava dall’ascolto complessivo è quella di aver a che fare con una sorta di ‘best of’ dei Nostri, i quali probabilmente a causa dei cambi di line – up di cui sopra non se la son sentita di rischiare nulla e hanno preferito andare sul sicuro, ribadendo lo stile (anzi, gli stili) che han permesso loro d’imporsi nell’ambito del groove/modern thrash metal durante l’ultimo decennio.

Così fra le 12 tracce possiamo trovare quelle più violente e tirate che ricordano i tempi di “Resurrection” (2007), come la title – track oppure la terremotante “Year Of The Snake” (che contiene pure alcuni accenni agli Alice In Chains nel cantato!), ed accanto ad esse brani più ‘ragionati’ poggiantisi su mid – tempo e comprensivi di ritornelli cantati in clean vocals che ricordano perché in passato i Chimaira sono stati erroneamente indicati quale band nu metal: un esempio può essere “Clockwork“, la quale può vantare persino uno stacco ai confini dell’ambient jazzato, ma anche la claustrofobica “Losing My Mind“, fra i momenti migliori del cd, può servire al nostro scopo (cfr. anche la coda elettronico/industriale di “Stoma“). Le canzoni migliori si trovano comunque agli estremi dell’opera, con la conclusiva “Samsara” sugli scudi: una composizione interamente strumentale i cui oltre sei minuti di durata non annoiano mai, anzi mostrano a quali vette può aspirare il complesso se sorretto dalla giusta dose d’idee. Idee che in gran parte di “The Age Of Hell” non sono certo di prima mano.

Un disco quindi controverso, che tuttavia a molti fan piacerà di sicuro. In fondo non c’è nessuna novità ma una manciata di pezzi sufficientemente riusciti per emozionare chi dei Chimaira ha apprezzato i capitoli precedenti. Era però lecito aspettarsi qualcosa di più. Classico disco ‘di transizione’.

Stefano Masnaghetti

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