Dream Theater – A Dramatic Turn Of Events

Dream Theater A Dramatic Turn Of Events Recensione /5
L’abbandono di Mike Portnoy è stato forse il più grande sconvolgimento di line – up che i Dream Theater abbiano mai dovuto affrontare in carriera. Certo, anche quello di Kevin Moore nel dopo “Awake” (1994) è stato importante, ma ai tempi la band era ancora giovane, mentre ora l’uscita di scena di un membro fondatore

L’abbandono di Mike Portnoy è stato forse il più grande sconvolgimento di line – up che i Dream Theater abbiano mai dovuto affrontare in carriera. Certo, anche quello di Kevin Moore nel dopo “Awake” (1994) è stato importante, ma ai tempi la band era ancora giovane, mentre ora l’uscita di scena di un membro fondatore dell’importanza di Portnoy aveva fatto temere il peggio ai fan del quintetto statunitense. Invece, con l’innesto di Mike Mangini, batterista che poco ha da invidiare al suo predecessore, i Dream Theater sono stati pronti a sfornare un album a soli due anni di distanza dal precedente “Black Clouds & Silver Linings“. E si tratta di un buon disco, sebbene “A Dramatic Turn Of Events” in certi frangenti suoni come un’occasione sprecata.

Eppure James LaBrie è stato molto chiaro nella sua intervista, rilasciata un paio di mesi prima dell’uscita dell’opera, affermando a chiare lettere che si sarebbe trattato di un tipico LP dei Dream Theater. E “A Dramatic Turn Of Events” è proprio questo: non aggiunge né toglie nulla a quanto fatto dai Nostri nell’arco della loro carriera, anzi s’inserisce alla perfezione fra la produzione più recente del complesso. La sostanza non cambia, semmai a mutare parzialmente è la prospettiva entro la quale tale sostanza viene proiettata. Non siamo di fronte, infatti, a una delle emissioni più ‘pesanti’ alla maniera di “Train Of Thought” (2003) o dello stesso “Black Clouds…”; piuttosto abbiamo a che fare con un mix fra questi e il volto più classicamente progressive del Teatro del Sogno, quello che emerse con prepotenza in LP come “Six Degrees Of Inner Turbulence” (2002) e “Octavarium” (2005). Insomma, più che un nuovo inizio una sorta di ricapitolazione degli ultimi dieci anni di composizioni in studio, che fanno del nuovo sforzo creativo un qualcosa di decisamente godibile ma, allo stesso tempo, leggermente scontato.

Sin dall’ormai celebre singolo “On The Backs Of Angels“, utilizzato anche come apripista del disco, le cose si fanno subito chiare: lo schema compositivo utilizzato è quello di “Pull Me Under“, mentre l’atmosfera, oltre che a quest’ultima, si rifà a quella di un brano come “The Great Debate“, moderata però da un afflato melodico che potrebbe suggerire parentele con i tempi di “Falling Into Infinity” (1997). Dream Theater al cubo, insomma. Il resto è un susseguirsi di episodi che più archetipici non si potrebbe. Le chitarre pesanti e ‘metalliche’ di “Build Me Up, Break Me Down” e “Lost Not Forgotten“, unite agli assoli di John Petrucci, alle tastiere sinfoniche di Jordan Rudess e a qualche scampolo di elettronica, fanno di questi due brani esempi perfetti dell’ultimo stile dei newyorchesi, mentre le immancabili ballad (“This Is The Life“, “Far From Heaven” e la conclusiva “Beneath The Surface“) sono sì ben orchestrate ma nessuna di loro è all’altezza di una “Another Day“. Le altre composizioni si barcamenano fra questo e quello, con “Bridges In The Sky” che è interessante solo nel primo minuto, grazie al confronto fra musica sacra tibetana ed europea, ma che successivamente si perde nei soliti rivoli solistici, e con “Outcry” che s’incaglia a causa degli stessi difetti. Infine, nell’ora e 17 minuti di durata di questo mastodonte a spiccare su tutto il resto sono i 12 minuti smaccatamente prog rock di “Breaking All Illusion“, che grazie ad una maggior concisione risulta superiore alla sbrodolata di “The Count Of Tuscany“, suite che chiudeva “Black Clouds…”.

La nota più lieta sono le parti vocali di LaBrie, questa volta più a fuoco rispetto alle ultime prove. La curiosità maggiore non è a livello di songwriting ma si riscontra nella produzione, con la batteria del povero Mangini registrata a volume dimezzato rispetto a quello che veniva utilizzato per Portnoy. Altre novità non ce ne sono. Se vi son piaciuti gli album che i Dream Theater hanno sfornato nell’ultimo decennio apprezzerete anche questo, altrimenti “A Dramatic Turn Of Events” non fa al caso vostro.

Stefano Masnaghetti

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