Earth – Angels Of Darkness, Demons Of Light I

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Ricapitolando a volo d’uccello la carriera di una band straordinaria. Gli Earth, non paghi di aver ‘inventato’ il drone con i loro primi dischi emessi negli anni Novanta, si scoprono in vena nostalgica e compongono un personalissimo ibrido sonoro modellato attraverso paradossali ‘convergenze parallele’ fra post – rock, folk alla Neil Young e colonne sonore

Ricapitolando a volo d’uccello la carriera di una band straordinaria. Gli Earth, non paghi di aver ‘inventato’ il drone con i loro primi dischi emessi negli anni Novanta, si scoprono in vena nostalgica e compongono un personalissimo ibrido sonoro modellato attraverso paradossali ‘convergenze parallele’ fra post – rock, folk alla Neil Young e colonne sonore western di Ennio Morricone, forgiando l’incredibile “Hex: Or Printing In The Infernal Method” (2005). Dopo tale capolavoro, in Dylan Carlson e soci è rimasta abbastanza creatività visionaria da scrivere l’altrettanto incredibile “The Bees Made Honey In The Lion’s Skull” (2008), che pur non rinunciando ad alcuni assunti ‘desertici’ del predecessore immerge l’ascoltatore in un’atmosfera ancor più psichedelica ed onirica, meno desolata, più calda e avvolgente, sorta di nuovo acid rock imbevuto di droni ripassati attraverso blues e folk. E ora, con cosa ci stupiranno?

In realtà, con nulla d’imprescindibile, perché “Angels Of Darkness, Demons Of Light I” è nient’altro che una riproposizione delle due opere precedenti fuse assieme e sapientemente armonizzate. I flussi sonori sono ancora fortemente psichedelici, distendendosi pigri nella calura di un tardo pomeriggio texano, fra i bordoni ipnotici del violoncello di Lori Goldston (già con i Nirvana nel loro ultimo tour), i riff al roipnol di Dylan e il lento trascinarsi della sezione ritmica. C’è però un recupero della roots music americana presente in “Hex”, che rende il nuovo lavoro di sapore più tradizionale e meno immaginifico (anche se Carlson ha dichiarato che fonte primaria d’ispirazione sono stati i complessi folk – rock inglesi dei Sessanta piuttosto che quelli della sua nazione), più ancorato al passato. Riemergono quindi prepotenti i ‘landscape’ sonici modellati secondo un’ipotetica soundtrack fantasma, specie nelle movenze dell’apripista “Old Black”, nella grigia catalessi di “Hell’s Winter” e nelle gigantesche dilatazioni al peyote della title – track, venti minuti di sospensioni estatiche che nutrono un crescendo inespresso, tanto che il brano finisce per spegnersi lentamente, fra sussulti di piatti e accordi agonizzanti.

Gli Earth non hanno mai sbagliato un disco, neppure quest’ultimo. La capacità di far rilucere musica che in mani altrui risulterebbe pretenziosa o semplicemente noiosa non l’hanno affatto persa. Però, come dicevo poco più sopra, “Angels Of Darkness, Demons Of Light I” non è quel capolavoro che ci si sarebbe potuti attendere. È un ottimo album, ciò nonostante i due che l’hanno preceduto sono almeno una spanna sopra di esso. In ogni caso è un bellissimo passatempo in attesa della sua seconda parte.

Stefano Masnaghetti

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