Earth Angels Of Darkness Demons Of Light II

Earth Angels Of Darkness Demons Of Light II Recensione 3.5/5
Dopo aver trovato la nuova strada maestra per i suoi Earth con il capolavoro “Hex; Or Printing In The Infernal Method” (2005), Dylan Carlson non ha più voluto abbandonarla e si è spinto fino alle estreme conseguenze di questo nuovo sound, architettato in anni e anni di esperimenti fra i più originali che la storia

Dopo aver trovato la nuova strada maestra per i suoi Earth con il capolavoro “Hex; Or Printing In The Infernal Method” (2005), Dylan Carlson non ha più voluto abbandonarla e si è spinto fino alle estreme conseguenze di questo nuovo sound, architettato in anni e anni di esperimenti fra i più originali che la storia del rock abbia mai visto compiersi. Se oggi si parla di drone lo si deve quasi interamente a lui, che con “Earth 2: Special Low Frequency Version” (1993) ha come trasposto la musica eterna dei La Monte Young e Tony Conrad in un contesto più informale. Così, dopo un paio di opere stupende quali la sopracitata e “The Bees Made Honey In The Lion’s Skull” (2008), gli Earth 2.0 hanno proseguito la marcia con “Angels Of Darkness, Demons Of Light I” (2011), lavoro che, pur assestandosi ancora su ottimi standard, mancava del guizzo di genio che aveva caratterizzato quasi tutti i predecessori.

Però l’album guadagnò uno straordinario consenso fra i più, così per la seconda parte di esso Carlson ha deciso di non cambiare una virgola della formazione utilizzata, tanto che accanto a lui oggi ritroviamo Adrienne Davies alla batteria, Lori Goldston al violoncello e Karl Blau al basso. E le cinque composizioni rigorosamente strumentali che costituiscono “Angels Of Darkness, Demons Of Light II” non si distaccano affatto da quel che si sentì l’anno scorso. Anzi, esplorano persino più compiutamente il crocevia fra psych folk desertico e drone ieratico, portando il tutto ad un livello ancora più astratto e atemporale. Nel complesso sembra di assistere ad una processione in cui gli officianti dilatano, causa abuso di peyote, i temi che furono cari alle colonne sonore western di Ennio Morricone, senza però dimenticare gli esperimenti acidi della California dei Grateful Dead e certo country solenne marchiato a fuoco da Neil Young. Non c’è mai reale sviluppo né si percepisce una fine in brani come “Sigil Of Brass” o “The Corascene Dog“, piuttosto un continuo rivoltare lo stesso tema e stenderlo in cerchio senza mai fermarsi, tanto che l’ideale sarebbe poterlo far risuonare all’infinito. A ben vedere è l’idea che Dylan ha avuto a partire dai suoi esordi e che non ha mai davvero abbandonato, solamente l’ha sviluppata con altri mezzi: non più feedback lasciati alle prese con il vuoto, piuttosto veri e propri riff circolari che non smettono mai di dibattersi e danno l’impressione di crescere come organismi viventi.

E allora celebriamo ancora una volta l’anticonformismo degli Earth, che senza mai volerlo sono diventati veri e propri beniamini di hipster e simili, continuando a proporre musica di qualità. E l’uso del violoncello in un brano come “Multiplicity Of Doors” è davvero magistrale, non troppo distante da Tony Conrad stesso. Tuttavia, sebbene il nuovo disco sia preferibile al precedente per una maggior compiutezza, lo splendore dei primi due episodi della saga psycho/drone/country/folk non sono stati eguagliati. Un altro tassello importante nella storia della band, ma non da annoverarsi fra i suoi veri capolavori.

Stefano Masnaghetti


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