Edguy – Age Of The Joker

Edguy Age Of The Joker Recensione /5
Gli Edguy sono un gruppo importante per la scena metal contemporanea. Soprattutto perché hanno saputo evolversi dal power metal originario verso qualcosa di molto particolare, una sorta di ibrido fra heavy metal classico e hard rock che, in tutta sincerità, non trova paragoni oggi come oggi. Che poi i loro ‘esperimenti’ non sempre abbiano convinto

Gli Edguy sono un gruppo importante per la scena metal contemporanea. Soprattutto perché hanno saputo evolversi dal power metal originario verso qualcosa di molto particolare, una sorta di ibrido fra heavy metal classico e hard rock che, in tutta sincerità, non trova paragoni oggi come oggi. Che poi i loro ‘esperimenti’ non sempre abbiano convinto del tutto è, in questo senso, un fatto d’importanza secondaria; senza nulla togliere alla bravura dei compagni d’avventura, gli Edguy sono l’appendice artistica della visione esistenziale di Tobias Sammet, musicista di grandissime ambizioni (che esprime non solo tramite la band madre, ma anche e soprattutto attraverso l’ormai celebre ‘side project’ Avantasia) il quale, sulla scorta dell’happy metal degli Helloween, ha costruito una visione della musica estremamente positiva e propositiva, intendendo veicolare tramite essa messaggi di speranza per questo mondo, quasi si trattasse di una personale metafisica intrinsecamente ottimista. Le scelte stilistiche sono una conseguenza necessaria di questo tipo di filosofia. In breve, il quintetto tedesco è tutt’altro che un gruppo banale.

Age Of The Joker“, nono album della premiata ditta, si muove su coordinate molto simili a quelle che avevano informato il predecessore “Tinnitus Sanctus” (2008), ossia una sorta di coagulo spurio ottenuto mescolando il metal più melodico e arioso con l’hard rock più classico e Seventies oriented. Le prove di questo sono molteplici: dall’apripista nonché singolo “Robin Hood“, che potrebbe essere un ottimo metal anthem, non fosse per l’organo hammond che dona un tocco ineffabilmente retrò al tutto, passando per il power ultra melodico di “The Arcane Guilt” (con tanto di inserti organistici in chiave progressive ), il quasi AOR innaffiato di tastiere di “Breathe” e il rock da manuale di “Nobody’s Hero“, è chiaro che gli intenti di meticciato sonoro di Sammet e soci s’innalzano album dopo album. Tanto che in questo nuovo lavoro si spingono ancora oltre, visitando il blues con l’incredibile “Pandora’s Box“, in cui compare anche il dobro (personalmente mi ha ricordato certi sconfinamenti blues rock degli Aerosmith).

I pregi del disco sono parecchi: le melodie scorrono fluide e quasi senza sforzo apparente, i cori sono mediamente molto ispirati, la varietà fra i vari pezzi è davvero elevata e fa sì che ci sia quasi sempre qualche spunto interessante da gustare, il metal non è comunque scomparso (cfr. il riff sabbathiano di “Faces In The Darkness“), anzi si trova in allegra combutta con l’hard di quarant’anni fa inaspettatamente rivitalizzato da un talento non comune. Non manca neppure la consueta ironia che accompagna il complesso sin dagli albori; per sincerarsene basta ascoltare attentamente le ultimissime strofe di “Two Out Of Seven“. Purtuttavia c’è qualche difetto: a furia di cercare il gancio melodico perfetto si dilegua un po’ di quell’aggressività necessaria per un’uscita del genere, e oltre un’ora di durata risulta eccessiva, in particolare perché gli episodi conclusivi di “Age Of The Joker” non possono competere che le prime, ottime canzoni che aprono l’opera. Ma questo allungare il brodo è ormai vizio comune. In sede di bilancio, comunque, le luci sono decisamente superiori alle ombre, tanto da elevare l’album al di sopra del suo predecessore. Piacerà a molti, non necessariamente fan sfegatati della band. Ascolto più che consigliato.

Stefano Masnaghetti

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