[Extreme Progressive Metal] Borknagar – Universal (2010)

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http://www.myspace.com/borknagarhttp://www.myspace.com/indierecordings I Borknagar meritano rispetto e ammirazione. Nella loro ormai lunga carriera hanno sempre cercato di superare confini e steccati di genere, distinguendosi per un suono che ha segnato profondamente il metal estremo. Fra cambi di formazione e continui rivolgimenti stilistici, hanno avuto tempo di scrivere almeno tre capolavori: il gelido esordio omonimo (1996), l’epico


http://www.myspace.com/borknagar
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I Borknagar meritano rispetto e ammirazione. Nella loro ormai lunga carriera hanno sempre cercato di superare confini e steccati di genere, distinguendosi per un suono che ha segnato profondamente il metal estremo. Fra cambi di formazione e continui rivolgimenti stilistici, hanno avuto tempo di scrivere almeno tre capolavori: il gelido esordio omonimo (1996), l’epico successore “The Olden Domain” (1997), e infine “Empiricism” (2001), uno fra i dischi chiave per comprendere il movimento avantgarde/post black metal norvegese.

A quasi quattro anni di distanza dall’esperimento acoustic – folk di “Origin”, e a due dal secondo capitolo dei Cronian, progetto collaterale di Øystein Garnes Brun e Andreas Hedlund (Vintersorg), il sestetto scandinavo torna con il suo ottavo studio album. E la novità è che non ci sono novità. Infatti, questa è la prima volta in cui non c’imbattiamo in nessuna rilevante differenza rispetto alle soluzioni studiate e adottate in passato. Con “Universal” i Borknagar hanno preferito capitalizzare quanto di buono hanno dispensato nel corso degli anni, senza rischiare granché. Non solo: “Origin” si è dimostrato non essere un episodio totalmente a sé stante, tant’è vero che alcune delle sue atmosfere pacificate sono percepibili anche in “Universal”.

Nonostante questo, la partenza è di quelle forti. “Havoc” comprime in pochi minuti quasi tutto l’armamentario stilistico di Brun e colleghi: intro di chitarra acustica, transizione in mid – tempo, e finalmente accelerazione propulsa da un gelido riff black metal, raddoppiato dalle tastiere di Lazare. Lo sviluppo del brano è un susseguirsi di cambi di tempo, ornati qua e là dall’hammond e valorizzati dall’ennesima, incredibile prova di Vintersorg dietro al microfono; notevoli pure i richiami a Solefald e Arcturus, sempre reinterpretati attraverso la sensibilità dei Borknagar. Un’ottima prova, fra le migliori della band, che mette ancora una volta in stretta connessione black e progressive.

Ma tutto ciò si rivela un fuoco di paglia. Proseguendo nell’ascolto gli ultimi echi black si spengono inesorabilmente, per far posto a un impasto sonoro meno dinamico e permeato da smaccate influenze Seventies. Certo il complesso non è nuovo a questo tipo di trovate, anzi ci ha ricavato gran parte del suo fascino: eppure in questo specifico caso si ha la sensazione che manchi qualcosa, e che molti brani perdano di mordente e finiscano per essere sin troppo leggeri e retrò. Impressione data soprattutto da “Worldwide”, durante la quale, per un momento, vien da pensare di stare assistendo a una jam fra Genesis e Jethro Tull: dura solo qualche attimo, eppure basta per far sorgere cattivi pensieri (l’inizio della fine?).

Il cd è comunque buono. Conserva parte del fascino impareggiabile dei migliori Borknagar e si assesta su livelli qualitativi vicini a quelli di “Epic” e di “Quintessence”. D’altra parte gente come Brun, Hedlund e Lazare non comporrebbe musica veramente brutta neppure sotto la minaccia di una pistola puntata alla tempia. Piacerà moderatamente ai fan della band, oltreché agli estimatori degli ultimi Vintersorg e, perché no, del nuovo corso degli Ensalved. Però è quasi certo che i norvegesi il loro meglio l’abbiano già dato, e la prospettiva sia quella di vivere di rendita.

Stefano Masnaghetti

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