Falkenbach – Tiurida

/5
Sono passati quasi otto anni da “Ok Nefna Tysvar Ty” (2003), ultimo album d’inediti targato Falkenbach, one man band gestita da Vratyas Vakyas, oscuro musicista tedesco che è stato capace di edificare il culto per la sua emanazione artistica senza bisogno di proclami altisonanti, piuttosto ritraendosi nell’ombra e lasciando parlare la propria musica, quasi sempre

Sono passati quasi otto anni da “Ok Nefna Tysvar Ty” (2003), ultimo album d’inediti targato Falkenbach, one man band gestita da Vratyas Vakyas, oscuro musicista tedesco che è stato capace di edificare il culto per la sua emanazione artistica senza bisogno di proclami altisonanti, piuttosto ritraendosi nell’ombra e lasciando parlare la propria musica, quasi sempre eccellente. Di mezzo, è vero, c’è stato anche “Heralding – The Fireblade” (2006), ma si trattava di una raccolta di vecchio materiale ri-registrato e ri-arrangiato per l’occasione. È quindi solo con “Tiurida” che il silenzio è stato finalmente rotto.

Nonostante la lunghissima pausa, questo nuovo album non fa registrare nessuna novità di rilievo. Ai fan andrà sicuramente bene così, anche perché stiamo parlando di una band fra le più importanti e significative del movimento folk/viking/pagan, che partita da lidi quasi black con lo storico debutto “…En Their Medh Riki Fara…” (1996) uscito per la gloriosa No Colours, label che vide persino l’esordio dei Dimmu Borgir, ha poi virato sempre più verso atmosfere ampie e solenni, proseguendo forse meglio di chiunque altro la lezione dei Bathory più epici e soggiogati dalla mitologia nordica.

Ecco allora che Vraytas elargisce sette nuovi brani – più una bonus track, “Asaland”, reperibile nella versione digipack, nient’altro che la rielaborazione di un vecchio brano di un demo – nel più puro Falkenbach style, così come abbiamo imparato a conoscerlo dopo l’esordio; ampio uso di strumenti acustici quali flauti e simili nelle introduzioni ai brani, prima che questi si aprano a robusti mid – tempo supportati da onnipresenti tastiere, in cui la voce invero piuttosto monocorde ma fortemente evocativa del Nostro canta di dei ed eroi al cospetto del Valhalla. Lo scream è presente solo in due episodi, nella battagliera “Time Between Dog And Wolf” e nella semistrumentale “In Flames”, mentre “…Where His Ravens Fly…” (ennesimo pezzo dedicato a Wotan) e “Runes Shall You Know” si distendono in magniloquenti narrazioni. C’è, rispetto ai predecessori ed unica minuscola novità, una più accentuata cura della base strumentale a discapito della voce, come si nota in “Tanfana”, forse il capolavoro del disco; molti gruppi viking farebbero carte false per scrivere una composizione di qualità così elevata.

Un graditissimo ritorno. I Falkenbach sapranno fare solo una cosa, ma la fanno davvero bene. Vratyas ha l’innata abilità di ricreare mondi lontani e di farteli rivivere come quasi nessun altro oggi, e “Tiurida” è un altro centro nella sua ormai invidiabile carriera.

Stefano Masnaghetti

Condividi.