Figure Of Six – Brand New Life

figure of six brand new life recensione /5
I Figure Of Six con Brand New Life confermano di essere uno dei nomi underground più interessanti del panorama metalcore italiano e, sbilanciamoci, internazionale. Aiutati da una produzione magistrale curata da Tue Madsen (tra coloro che, insieme ai Fredman Studios, han fatto diventare lo swedish metal il movimento che ben conosciamo), i dieci brani scorrono

I Figure Of Six con Brand New Life confermano di essere uno dei nomi underground più interessanti del panorama metalcore italiano e, sbilanciamoci, internazionale. Aiutati da una produzione magistrale curata da Tue Madsen (tra coloro che, insieme ai Fredman Studios, han fatto diventare lo swedish metal il movimento che ben conosciamo), i dieci brani scorrono via che è un piacere. Mai banali, zero filler, i 36 minuti che compongono il nuovo disco sono tra i migliori usciti dal panorama pesante tricolore nel 2011.

I Figure Of Six hanno avuto il pregio di confezionare un lavoro vario, capace di far felice un’ampia fetta di fan e, cosa da non sottovalutare, internazionale: senti il death melodico a cavallo tra secondo e terzo millennio (e su questo la mano di Tue Madsen si fa sentire), ma anche il più recente metalcore e i suoi breakdown. Aggiungete anche sonorità più mainstream, come quelle del moderno hard rock americano di band come Stone Sour e Papa Roach, e le immancabili tastiere, alle quali viene dato il compito di completare un sound che altrimenti avrebbe avuto il difetto di essere un po’ vuoto. Eccovi riassunti, in una manciata di righe, gli ingredienti di Brand New Life.

Ah no, mi dimentico quello più importante.. Enrico Scutti, il nuovo cantante. Il suo lavoro dietro il microfono è magistrale ed è il vero valore aggiunto, capace di lanciare la qualità di brani, già più che buona grazie ad un lavoro impressionante a livello di arrangiamenti, a un livello superiore.

Brand New Life, la nuova fatica dei Figure Of Six, se non l’avete capito, è un disco bomba, capace di non distrarre l’attenzione dell’ascoltatore dall’inizio alla fine, grazie ad una produzione di alto livello, con rare pecche, e dieci ottimi brani. Unico capitolo a sé è la conclusiva Something, canzone ambiziosa che ricorda a tratti i Queen, soprattutto negli intrecci vocali, e che di fatto è l’unica parte dove la band ha voluto alzare, a ragione o torto, un po’ troppo il tiro.

Nicola Lucchetta

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