[Garage Noise] The Hunches – Exit Dreams

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[Garage Noise] The Hunches – Exit Dreams (2009) Actors – Ate My Teeth – Not Invited – Deaf Ambitions – From This Windows – Carnival Debris – Street Sweeper – Your Sick Blooms – Pinwheel Spins – Fall Drive – Unraveling – Swim Hole http://www.myspace.com/thehuncheshttp://www.intheredrecords.com Ormai temevo che del quartetto di Portland si fossero perse

[Garage Noise] The Hunches – Exit Dreams (2009)

Actors – Ate My Teeth – Not Invited – Deaf Ambitions – From This Windows – Carnival Debris – Street Sweeper – Your Sick Blooms – Pinwheel Spins – Fall Drive – Unraveling – Swim Hole

http://www.myspace.com/thehunches
http://www.intheredrecords.com

Ormai temevo che del quartetto di Portland si fossero perse definitivamente le tracce, e invece in ambito garage il nuovo anno si apre con questo splendido “Exit Dreams”, che spazza via ogni dubbio sullo stato di salute della band ed elettrizza fin dal primo ascolto.

Sono passati quasi cinque anni dal loro capolavoro “Hobo Sunrise”, seguito dell’altrettanto valido ed abrasivo esordio “Yes. No. Shut It.”, e la musica dei The Hunches è inevitabilmente mutata: è importante chiarire fin da subito che nei quaranta minuti del nuovo disco c’è più spazio per la melodia e per i pezzi lenti, anche se la prima è quasi sempre deturpata e deliziosamente ridotta a brandelli, mentre i secondi sono costantemente sull’orlo di naufragare in oceani di distorsioni.

Semplicemente, le nuove ossessioni dei ragazzi si chiamano Rolling Stones (riletti dai Royal Trux, però) e Mudhoney, così ecco spuntare vere e proprie ballad rock come “Not Invited” (da lacrime, uno dei vertici del disco) e la singhiozzante “From This Window”, indecisa se mostrarsi in tutto il suo splendore o nascondersi dietro tonnellate di rumor bianco. Più garage classico e meno mutazioni noise, quindi, più Sonics e meno Pussy Galore: ma non temete, la violenza ultrasonica cova sempre dietro l’angolo, e le sconsiderate deflagrazioni garage – blues di “Ate My Teeth (il cui assolo di chitarra farebbe invidia al Jon Spencer più depravato), “Deaf Ambitions”, “Carnival Debris” e “Your Sick Blooms” lo testimoniano benissimo.

Lontani sia dalla psichedelia degli Human Eye sia dalla distruzione della forma – canzone operata dagli ultimi The Hospitals, i The Hunches preferiscono ricollegarsi al rock ruspante e sudato che proliferava nelle cantine americane degli anni Sessanta, e che proprio nella loro zona d’origine trovò terreno fertile per svilupparsi. Volendo trovare riferimenti più recenti, si potrebbero citare Lords Of Altamont, Oblivians, Black Lips e metà scuderia In The Red: fedeltà alla tradizione e libertà di sfregiarla vanno di pari passo in “Exit Dreams”, album che cela un’anima romantica nonostante le urla maleducate e le contorsioni anfetaminiche. I The Hunches non appariranno mai sulle copertine dei grandi giornali specializzati e non faranno mai successo, ma sono comunque uno dei più grandi gruppi rock in attività e questa è un’uscita indispensabile.

Stefano Masnaghetti

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