[Gothic Rock/Avantgarde] Swans – My Father Will Guide Me Up A Rope To The Sky (2010)

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http://www.myspace.com/swansaredeadhttp://younggodrecords.com/ Il ritorno degli Swans è un avvenimento importante, perché avviene a 14 anni di distanza dal loro ultimo album in studio, “Soundtracks For The Blind”, e perché, semplicemente, loro stessi sono un gruppo importante. Anzi, fondamentale, in grado di ispirare questo mondo e quell’altro, espandendo il feroce e cupissimo industrial post – punk degli



http://www.myspace.com/swansaredead
http://younggodrecords.com/

Il ritorno degli Swans è un avvenimento importante, perché avviene a 14 anni di distanza dal loro ultimo album in studio, “Soundtracks For The Blind”, e perché, semplicemente, loro stessi sono un gruppo importante. Anzi, fondamentale, in grado di ispirare questo mondo e quell’altro, espandendo il feroce e cupissimo industrial post – punk degli esordi di “Filth” (1983) e “Cop” (1984) verso gli spettrali panorami escatologici delineati dal gotico neo – folk apocalittico di “Children Of God” (1987) e “White Light From The Mouth Of Infinity” (1991), grazie anche all’apporto della voce intensissima di Jarboe.

Oggi però Jarboe non c’è più, ed è la prima volta dai tempi di “Greed” (1986) che accade. E a parte Norman Westberg e Christoph Hahn, dei vecchi Swans non è rimasto nessuno. Certo c’è Michael Gira, ma questo non sarebbe stato neppure necessario dirlo: da sempre la band è una sua diretta emanazione, e questo disco è unicamente volontà sua. Tant’è vero che nella nuova line – up sono anche presenti membri dei suoi Angels Of Light, oltre a vari ospiti fra i quali c’è da citare almeno Devendra Banhart che presta la propria voce in “You Fucking People Make Me Sick”.

Eppure “My Father…” non ha certo i crismi del grande ritorno. Non è nemmeno un brutto disco, ma il suo ascolto non è in grado di dissipare alcun interrogativo riguardo al suo effettivo valore artistico, anzi ne fa sorgere di nuovi. Si tratta di un’opera sfuggente, inafferrabile; a voler essere cattivi, si potrebbe parlare anche di rilassamento emotivo e di manierismo auto indulgente. In breve, cosa sono gli Swans oggi? Quelli della lunga perorazione claustrofobica di “No Words/No Thoughts”, nove minuti di pesantezza chitarristica e brado rumorismo introdotti dall’ingannevole scampanellio iniziale? Oppure quelli placidi e distesi, dediti al neo – folk corretto alt – country di “Reeling The Liars In” e “Little Mouth” (brani in cui tra l’altro Gira recupera certe suggestioni dagli Angels of Light)? O, ancora, quelli provenienti direttamente dalla fine degli Ottanta/primi Novanta, con le progressioni angoscianti di “Inside Madeline”? E non è finita qui, perché a intorbidire ulteriormente le acque ci pensano il blues contraffatto e instabile à la Nick Cave di “Jim” e gli accordi dissonanti e avant – rock di “You Fucking People Make Me Sick”, mentre la cadenza squadrata e metallica di “Eden Prison”, contrappuntata da fiati agonizzanti, parla la lingua dei primi lavori degli Ottanta.

Pare proprio, quindi, che Gira abbia optato per un breve riassunto dell’intera storia del suo gruppo, senza che “My Father…” prenda le mosse da nessun capitolo in particolare. Così facendo, però, le nuove canzoni suonano tutte un poco di maniera, quasi che le loro squassanti litanie per anime scisse e in cerca di ricomposizione si siano disseccate e siano decantate in qualcosa di meno intenso e più ‘innocuo’; questo ultimo aggettivo va ovviamente virgolettato, poiché stiamo sempre parlando di una fra le band più pessimiste ed estreme di sempre, e scampoli di terrore riescono sempre ad offrirli. Ma oggi meno di ieri. E la mancanza di Jarboe si fa sentire.

Un disco comunque ben fatto, che nonostante la sua non eccezionalità risulta comunque godibile e piacevole, due aggettivi che non avremmo mai pensato di affiancare alla musica degli Swans, e forse è soprattutto per questo che il loro nuovo LP ci lascia dubbiosi.

Stefano Masnaghetti

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